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fino al 15.VII.2010 | Jonathan Guaitamacchi | Torino, Giampiero Biasutti

di - 8 Luglio 2010
Bianco e nero bastano a Jonathan Guaitamacchi (Londra, 1961; vive a Milano) per
ricostruire le sue “città invisibili”. Luoghi reali – Battersea, il Sudafrica –
ma che reali non sono più, rielaborati in uno spazio mentale dove la memoria
cede alla teoria di un rigore architettonico che, invece, non sempre si ritrova
nella pratica urbanistica. Perché, se le città crescono perlopiù attraverso
stratificazioni e appendici, queste dell’artista sono metropoli sì ben
ripartite ma ormai “inorganiche”, entità mostruose che hanno finito col
fagocitare se stesse, consegnandosi a un anonimato trasognato, più vero del
verosimile.

Un’atmosfera da day-after, torbida e schiacciante, un
mondo postindustriale e periferico che s’immerge tra le nebbie, correndo su
distese sterminate, scivolando lungo le anse di un fiume (che sia il Tamigi o
un altro corso d’acqua poco importa, perché l’intenzione dell’autore non sembra
certo quella di offrire un paesaggismo descrittivo).


E se invenzione e retorica non trovano sempre il giusto
equilibrio, la tecnica s’impone comunque aggressiva, giostrata su rapide vedute
a volo d’uccello, continuamente spezzata da cadenze secche e capace di virare
con un colpo d’ala verso punti di fuga proiettati sempre più lontano.

Prospettive che funzionano tanto nelle opere di grandi
dimensioni quanto in quelle più ridotte, e che suggeriscono una comunicazione “latente”,
come se i dipinti custodissero in filigrana le impressioni di un viaggiatore
statico, il cui sguardo cinematografico inquadra una carrellata di fotogrammi
dalla cornice di una finestra.

Lasciando decantare ogni emozione, Guaitamacchi esaspera e
travisa la scacchiera ippodamea, inseguendo fino all’astrazione un’immagine
paradigmatica di razionalità. A distanza ravvicinata, però, le geometrie si
rivelano fitte di segni grafici, quasi un dialogo segreto fra l’artista e
l’opera, un impulso vitale di resistenza all’aridità desolante degli scenari.


Un trattamento che, omologando i palcoscenici di una
modernità vorace e indifferente, li fa diventare correlativo oggettivo dello
stato d’animo di chi in questi calderoni di fuliggine si aggira, e tutto sommato
vive. Ma in questa visione “umanista” il grande assente è proprio l’uomo:
nessuna figurina ricama una strada, si sporge da una finestra, formicola nei
caseggiati. L’uomo non c’è. Neppure in una delle gocce che colano lungo la
tela, neppure in una distrazione del pennello più sottile.

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milanese

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del paesaggio

anita pepe
mostra visitata il 12 giugno 2010


dal 10 giugno al 15 luglio 2010
Jonathan Guaitamacchi – British Black
Galleria Giampiero Biasutti

Via della Rocca 6b (zona Borgo Nuovo) – 10123 Torino

Orario: da martedì a sabato ore 10.30-12.30 e 15.30-19.30

Ingresso libero

Info: tel. +39 0118141099; fax +39 0118158776; info@galleriabiasutti.com; www.galleriabiasutti.com

[exibart]

Visualizza commenti

  • Adoro Guaitamacchi.
    E' stato amore a prima vista quando, al Roma Art Fair dello scorso anno, ebbi la possibilità di osservare due dei suoi lavori, piccoli, ma infinitamente grandi.
    Credo di essermi soffermata a rimirarli per almeno mezz'ora. Da allora non ho smesso di inseguire l'artista e le sue 'visioni'. Sono felice che quest'articolo l'abbia scritto proprio tu...

  • Nessuno racconta di come Guaitamacchi fosse bravo vent'anni fa e di cosa dipingesse e con quali prodigiosi convinzione e talento - e di come oggi è lontano da quei traguardi. Lui, come altri suoi colleghi, prima che coloro che raccolsero la pittura negli anni 90 ci dicessero che la pittura in Italia era persa e che solo loro, gli scopritori, l'avessro ritrovata.

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