Ernst Bloch sosteneva che ogni individuo ha la sua stella utopica nel sangue. Ed è alla ricerca di questa stella che sembra mettersi Marco Campanini, usando la macchina fotografica come un cannocchiale, o meglio un microscopio, per scandagliare l’orizzonte utopico dell’animo umano. Laureando in filosofia all’università di Parma, Campanini da diversi anni conduce ricerche artistiche di carattere concettuale.
Questa personale –cui si affianca un’altra mostra, con Fabio Bonetti, alla galleria Estro di Padova- si presenta come un viaggio immaginario attraverso architetture utopiche e suggestivi scenari naturali. Campanini si ispira al genere letterario settecentesco della Promenade picturale dove il critico guidava lo spettatore in un viaggio virtuale all’interno dell’opera d’arte. Le immagini sono tratte da antiche incisioni e riproduzioni moderne e mostrano progetti mai realizzati degli architetti Etienne Louis Boullée e Claude-Nicolas Ledoux, mentre un’altra serie è tratta dagli acquerelli di Giuseppe Pietro Bagetti sulle battaglie napoleoniche in Italia.
L’espediente di rappresentare riproduzioni di ulteriori riproduzioni, in un gioco degli specchi dal sapore squisitamente manierista, lungi dall’indebolire la forza di queste immagini, ne rafforza la presa estetica sullo spettatore. Risultato possibile anche grazie ad un gioco virtuoso di velature, ombre e vedute aeree, mediante il quale l’artista riesce a richiamare in vita forme del passato raccolte dalle pagine dei libri, allestendo in ognuno dei suoi “moduli” –così ama chiamarli– piccole scenografie, quasi degli ologrammi, capaci di comunicare per via simbolica la tensione dell’uomo verso una perfezione sempre sottraentesi. Come afferma il curatore della mostra, Luigi Fassi, si tratta di immagini “sul crinale che fa confinare l’utopia con il senso della disfatta”.
Le architetture proposte hanno infatti una forte valenza archetipica, e nel richiamare un ordine razionale non più a misura d’uomo, si qualificano come un assoluto, nel senso etimologico del termine. La sequenza di progetti utopici, pur avendo come protagonista l’architettura, mostra una riflessione sostanzialmente antropocentrica. Il carattere intimista di questi lavori richiama l’Atlante del fotografo Luigi Ghirri e anche l’opera pianistica di Claude Debussy, uno dei compositori preferiti di Campanini, estimatore del repertorio musicale classico e contemporaneo. I progetti si presentano quindi come una serie di accordi sospesi tra eroismo e nostalgia, immediatamente percepibile anche nelle immagini di riproduzioni paesaggistiche dai toni sfuocati.
Le opere di Campanini vanno incontro a quel destino tragico che sempre investe l’arte quando si carica di valenze ontologiche. Proprio per questo l’artista mostra di aver raggiunto l’obiettivo di una significazione capace di denotare la realtà ultima dalla quale scaturiscono tutte le iconografie possibili.
luca vona
mostra visitata 9 luglio 2005
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