L’arte di Georges Rousse (Parigi, 1947) è un unicum. Come Leonardo da Vinci o Piero della Francesca egli crea una prospettiva, una tecnica, una geometria ed una matematica proprie. Nelle sue anamorfosi dipinte in luoghi abbandonati, demoliti, deserti o fatiscenti si compie la magia di un’arte prodotta per essere vista da un unico punto di vista, al di fuori del rapporto abituale tra l’opera o il fruitore. Quello dell’artista francese è l’obiettivo della macchina fotografica, per il quale tutto è pensato e verso il quale tutto converge: prospettiva, luce, composizione. L’astrazione di Rousse è un lavorio millimetrico sulle tre dimensioni che vengono tradotte in immagine bidimensionale.
Nella mostra grandi fotografie mostrano sale imbiancate occupate da vivide composizioni astratto-geometriche. Un ampio disegno di edificio barocco appare nella grotta di Loyola, come un miraggio su mattoni. In questo gioco formale tra la presenza dell’immagine nella fotografia e la sua scomposizione nella terza dimensione, in cui basta spostarsi di poco per ottenere una esplosione di frammenti senza misura, forma e senza progetto, avviene il dialogo tra il reale e l’irreale.
Le iniziali opere di Rousse sono figurazioni, ritratti e narrazioni stesi su pareti scrostate, pavimenti sfondati o toelette abbandonate della New York anni ‘80. In esse si sente l’influsso del graffitismo di Keith Haring ma soprattutto di Jean-Michel Basquiat. Mentre il prodigio nero riecheggia in esterno, Rousse dipinge in interni abbandonati, in una dimensione più raccolta che con il tempo ha espulso la figura per instaurare un’alleanza di ferro tra la pittura e la fotografia. Nelle opere odierne non possono fare a meno l’una dell’altra. La pittura rimodella gli ambienti creando nuovi volumi illusori e “richiamando alla mente le cupole immaginarie ed i falsi corridoi degli affreschi barocchi”, come dice il curatore Tazzetti. Questi trompe l’oeil, ottenuti con la
Le immagini di Georges Rousse sono destabilizzanti per un occhio abituato a guardare i mezzi nella loro perfetta autonomia, che viene neutralizzata da insospettabili legami e situazioni enigmatiche di cui è capace l’artista francese. Lo sforzo titanico del laboratorio pitto-foto-grafico di Rousse è apprezzato da tempo ed ospitato nelle collezioni di importanti istituzioni, tra le altre il Centre Goerges Pompidou, il Louvre, il Guggenheim di New York, la De Menil Collection, il Museo Pecci di Prato.
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