“Sin dal 1981 non ho dipinto null’altro che autoritratti. A tutt’oggi ne ho realizzati 2377. Ciò può sembrare tedioso, ma posso garantirvi che non lo è. Può talvolta far pensare a un gioco, ma è una battaglia terribile. Una guerra che si scatena nel mio intimo. Innumerevoli Philip Akkerman lottano per essere realizzati. Dozzine di stili l’uno sull’altro”. Niente di meglio delle parole dell’artista per presentare una ricerca pittorica unica nel suo genere, che dura da un quarto di secolo, incentrata sullo stesso tema, ossessivo, dell’autoritratto.
Per sottrarsi alla noia della ripetitività, al rischio dello stereotipo, Philip Akkermann utilizza un linguaggio polisemico, ripercorre cioè le pratiche pittoriche della storia dell’arte, con una tecnica dotata di una notevole forza percettiva, che il piccolo formato esalta, attribuendo ai lavori una caratura peculiare. Dapprima Akkerman elabora il disegno, poi lo realizza su masonite con colori ad olio con un metodo rigoroso, severo. Il mondo privato dell’artista diventa lo spunto per la riflessione su un tema di notevole attualità, che implica come punto di partenza l’analisi del sé, una sorta di “pre-testo” che si dilata sino ad incontrare il mondo. Sui dipinti si evidenziano, si stratificano, le tracce sedimentate dal tempo: le si intuisce da particolari minimi, quali il copricapo o il taglio di capelli. L’espressione del volto è sempre colta di tre quarti, così che, al di là di certe sfumature di melanconia o di serenità, il sottofondo resta ambiguo, esaltato ulteriormente dall’equilibrio perfetto della composizione e dal controllo tecnico, come si vede chiaramente nella scelta degli autoritratti
tiziana conti
mostra visitata il 23 febbraio 2007
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