La mente, coi suoi fantasmi, partorisce sovente illusioni. Che, soggette inevitabilmente allo smacco della delusione più cocente, soccombono al devastante impatto con la realtà. Ma, che nel mondo protetto e consolatorio delle Arti, possono ancora sperare di sopravvivere e proliferare. E, nello stesso tempo, aiutare a lenire lo spirito devastato, giusto quel tanto per trovare lo stimolo nel ricominciare a fluire.
Razionalità, fantasia, illusione. È quanto si può cogliere nei dipinti ad olio di Angela Dufresne (Brooklyn, NY), reduce dalla mostra Greater New York 2005 al P.S.1 e presente nella collezione di Charles Saatchi. L’artista inaugura questa nuova galleria torinese dagli orizzonti prevalentemente newyorkesi con una pittura che sembra ricalcare la perenne lotta tra ragione (nella ripresa di celebri architetture novecentesche, legate all’ideale modernista di costruzione formale in armonia con la natura) e sentimento (nelle resuscitate atmosfere neoromantiche). Architetti, registi e attori di cinema sono spesso l’humus sul quale crescono e si alimentano le visioni incantate di questa pittrice dallo spirito palesemente onirico. Che viaggia su una partitura cromatica esaltante e convulsa, al pari delle note psichedeliche di Jimi Hendrix, che lei stessa ammette di ascoltare durante la creazione di un quadro. Così, tanto per fare un esempio, una famosa struttura in vetro ideata da Philiph Johnson -l’architetto americano capace di reinventare il passato attraverso uno spregiudicato eclettismo- diventa un set cinematografico.
Dove ambientare e ricreare una scena tratta da Stardust Memories di WoodyAllen, attraverso una sovrapposizione velata di pigmento pittorico. In modo tale da evocare la fumosità del frequente irrompere dell’immaginazione nella vita reale. Oppure, ritraendo in un interno domestico il corpo nudo di Anna Schygulla, l’attrice preferita da Rainer Werner Fassbinder.
Che, parlando del proprio cinema in un’intervista pubblicata nel 1980 su La Repubblica, ha dichiarato: “Il presupposto per un’opera d’arte consiste, secondo me, nel fatto che sia tale da costringere continuamente a inserire in essa la personale fantasia e la personale realtà di chi legge o guarda”. Un pensiero, in qualche modo, non dissimile da quanto si propone di realizzare in pittura la Dufresne, al suo debutto in Italia dopo la recente personale alla Monya Rowe Gallery di Chelsea (NY). E nel farlo, non disdegnando di disturbare con le proprie colte interferenze il sonno della sterile finzione.
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claudia giraud
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