La città come leit-motiv che accomuna un manipolo di artisti, perlopiù nati o domiciliati a Torino. Che intendono restituire in forma d’arte i numerosi stimoli visivi captati lungo i paesaggi urbani, soprattutto per rivelarne la loro reale natura, tutta tesa alla soddisfazione immediata, al consumo, allo stordimento. Perché, come scrive la curatrice Gabriella Serusi in catalogo, “l’arte contemporanea scardina i grimaldelli di un sistema pericoloso che trova nel FUN, cioè nel divertimento dei sensi, la sua arma più subdola e affilata”. E così Nicola Di Caprio (Caserta, 1963), inseguendo i ritmi delle tribù musicali, s’illude di annullare le distanze tra gli esseri umani. Ma, come lui stesso ammette, “La musica popular ti fa lacrimare, crea senso di appartenenza, unisce solitudini non creando altro che somme di solitudini”. E facendone un monumento visivo sottoforma di compilation musicale crea un ritratto di sè stesso molto poco convenzionale. Ma anche molto simile a quello di un qualunque divoratore di suoni. Claudia Grassl (Berchtesgardesgaden, Germania, 1975) realizza invece un reportage fotografico che nasce dai suoi numerosi viaggi in diverse cittadine, soprattutto dell’est europeo. Dove è più facile individuare i simboli a buon mercato dell’occidente sui volti e corpi di giovani donne. Andreas Leikauf (Obersteiermark, Austria, 1966) dipinge tanti piccoli fotogrammi, velocemente abbozzati per tratteggiare lo storyboard di una qualsiasi alienazione urbana. Marco Memeo (Torino, 1967) nobilita, attraverso una pittura trasognata e al tempo stesso rigorosa dal punto di vista formale, i segnali stradali che costellano le nostre città.
Riconoscendo in prima persona che “Malgrado le apparenze e la loro funzione, gli elementi del paesaggio urbano ci bisbigliano qualcosa e credo, infine, ci suggeriscano silenzio”. Bartolomeo Migliore (Santena, Torino, 1960) gioca con il linguaggio, con le parole. Quelle delle insegne commerciali, dei negozi di musica, dei graffiti sui muri, alle quali offre un’occasione di riscatto nella loro trasformazione in puri oggetti pittorici. Robert Pettena (Pembury, GB, 1970) catalizza la violenza gratuita che serpeggia ovunque ci sia decadenza morale e ce la fa introiettare per mezzo delle lente sequenze di un video. Sabrina Rocca Patrian (Torino, 1973) viviseziona i luoghi deputati al consumo e, grazie alla sua precisione di tradizione iperrealista, ce li restituisce in un rutilare di colori. Con la chiara intenzione di sottolinearne l’incanto della pura apparenza. Francesco Scarponi (Perugia, 1979) si serve dell’animazione in computer grafica per girare un videoclip che, a tempo di rap, offre un campionario visivo e sonoro dei possibili ingredienti per confezionare la sua personale città ideale. Infine, la laconicità degli scenari urbani di Francesco Sena (Avellino, 1966), una pittura frutto di interminabili riflessioni e manipolazioni plastiche. Che impone una distanza, quella stessa lontananza di cui Sena riconosce i segni nella società odierna e che gli fa dire: “La merce più appetibile oggi è la paura e il vuoto. Da riempire, da non ascoltare, da tenere distante. La paura di essere diversi e non identificabile e classificabile”.
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