Da status symbol negli anni ‘20 e ‘30 a relitti dimenticati nelle
soffitte, le “sculture in miniatura” della ditta Lenci hanno vissuto nel giro
di pochi decenni il destino ricorrente per gli oggetti che riassumono in sé i
caratteri di un’epoca, subendo poi spesso una damnatio memoriae, prima di essere riscoperti dai
collezionisti e dalla critica.
Ma è proprio il legame con la cultura dell’Italia degli
anni precedenti al secondo conflitto mondiale che rende così particolari le
ceramiche Lenci, il cui nome (al quale venne in seguito assegnato anche un
significato di acronimo latino) deriva dal vezzeggiativo di Elena Konig, fondatrice insieme al marito
Enrico Scavini della manifattura.
L’attività degli Scavini, passati a partire dal 1927 dalla
confezione di bambole, arredi, stoffe, a quella di ceramiche,
stessa Torino capitale dell’industria ma anche del cinema e della moda in cui
si svilupparono le esperienze intellettuali di Lionello Venturi o Augusto Monti
(suocero peraltro di Mario Sturani, artista che lavorò a lungo per la Lenci), il mecenatismo
di Riccardo Gualino, le ricerche di Felice Casorati, del Gruppo dei Sei o del secondo
Futurismo.
Aperte alle suggestioni internazionali (specie delle Wiener
Werkstatte) e al confronto con quanto stavano realizzando artisti quali Arturo
Martini (per l’Ilca
di Nervi) e Giò Ponti (per la Richard Ginori), le sculturine Lenci rivelano un gradevole
eclettismo. Quelle presenti in mostra spaziano infatti dagli influssi déco di Giuseppe
Porcheddu e di Giovanni
Riva alle
atmosfere tardo-simboliste di Sandro Vacchetti, all’elegante naturalismo degli
animali di Felice Tosalli, fino alle volumetrie semplificate, di stampo
novecentista, dei nudi di Gigi Chessa.
Le creazioni che riscossero maggior successo furono però
quelle dei già citati Elena Konig e Sturani,
figure femminili graziose e ammiccanti, moderne e ironiche, con un’incantevole
leggerezza che le distingue dal realismo più illustrativo di Abele Jacopi. Grande predilesse forme solide e
squadrate, in bilico tra Ritorno all’ordine (si veda l’omaggio a Martini e a Carlo
Carrà nell’Antilope) e tradizioni popolari, che
affascinarono in specie la moglie Ines Grande. L’artista più geniale è forse
Sturani, d’inesauribile inventiva e fantasia, paragonabile al mondo giocoso di Fortunato
Depero.
Oltre a offrire una panoramica delle soluzioni dispiegate
nel primo decennio di produzione ceramica della Lenci, il periodo più
innovativo, la mostra torinese consente anche di scoprire l’iter che conduceva
all’esecuzione dei pezzi, grazie alla presenza di disegni e gessi preparatori.
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Ceramica
Lenci. Sculture d’arredo 1929-1936
a cura di Valerio Terraroli ed Enrica Pagella
Museo Civico d’Arte Antica – Palazzo Madama
Piazza Castello – 10124 Torino
Orario: da martedì a sabato ore 10-18; domenica ore 10-20
Ingresso: intero € 7,50; ridotto € 6
Catalogo
Allemandi
Info: tel. +39 0114433501; palazzomadama@fondazionetorinomusei.it;
www.palazzomadamatorino.it
[exibart]
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