Fino al 23 marzo la galleria Infinito ltd presenta una personale del disegnatore bolognese Stefano Ricci.
L’esposizione si compone di alcune serie di lavori su carta, ottenuti utilizzando grafite, pastelli a olio, filo, pellicole e altri materiali opportunamente composti e combinati. I lavori nascono sempre da una suggestione o da un’occasione eterogenea, legata soprattutto al mondo della letteratura e del teatro. Raccontano un romanzo o una piéce ma, senza fornirne una mera illustrazione, traducono, letteralmente, la letteratura in disegno.
Anche il termine deposito, cui si ricorre nel titolo dell’esposizione, è da mettere in relazione alla dimensione narrativa e occasionale, ed è da intendersi insieme come sedimentazione fisica dei materiali a cui l’artista ricorre nella composizione dei lavori e raccolta e rielaborazione delle suggestioni provenienti dai testi di riferimento, provenienti da altri mondi linguistici ed espressivi.
La dimensione narrativa dei lavori è così predominante: l’opera, anziché limitarsi ad disegnare la trama narrata da un romanzo o da un racconto, pare quasi costruire una nuova vicenda, trasformata e rielaborata dal nuovo linguaggio che la narra. Dialogando, l’universo linguistico letterario e teatrale e quello pittorico danno luogo ad una nuova trama in cui, letteralmente i fili della storia originaria e dell’interpretazione personale dell’autore, insieme con le suggestione fisiche nate direttamente dal materiale e dal gesto concreto del disegnare e dal comporre, s’intrecciano. Questo avviene in senso metaforico, ma anche materialmente, poiché l’artista ricorre frequentemente al filo da cucito nelle composizioni esposte.
I materiali depositati nei lavori sono sempre semplici e di facile reperimento, ma una volta reinterpretati e ricomposti dal disegno, essi trovano una nuova forma. Come sostiene l’artista: “credo che un disegno abbia ragione di essere se riesce a far succedere una specie di equivoco, se cioè persone diverse vedono nel disegno cose diverse”. Così il lavoro nasce già predisposto alla molteplicità creativa delle interpretazioni e delle letture possibili, dando luogo a figure intense e non prive di una certa drammaticità. Da questo punto di vista, l’operare creativo si configura quindi come un lavoro di sedimentazione, raccolta, rielaborazione e riappropriazione materiale e culturale, che resta volontariamente aperto a tutte le possibilità di un infinito gioco interpretativo.
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