Così come non è possibile ricondurre l’arte concepita e prodotta in Messico solamente alla Scuola Messicana di Pittura, non lo è neppure pensare di far risalire il lavoro degli artisti provenienti dal variegato stato di Oaxaca ad un’unica tendenza. Esperti e studiosi, difatti, cercano oggi di non dar vita a scontate e facili classificazioni giustificabili, in verità, perlopiù da esigenze di mercato.
Sebbene negli autori oaxaqueni contemporanei si ritrovino svariate caratteristiche comuni, ognuno di essi ha seguito e segue un percorso del tutto personale, sviluppando un linguaggio ed una poetica esclusivi.
E’ pur vero, tuttavia, che un certo tipo di arte messicana è contraddistinta da un approccio soggettivo, da un evidente interesse per la rivelazione e la descrizione dell’individualità. Spesso ispirata alla dimensione dell’immaginario, quella oaxaquena è una pittura surreale ed onirica, colorata e materica . Attinge al mondo animale e a quello delle usanze e dei costumi popolari, e in essa si mescolano storia, magia, memorie primitive. Nonostante viva appieno la sua contemporaneità, del resto, il Messico è un paese strettamente legato al suo passato e alle sue tradizioni.
Curata da Sergio Risaliti e Carlos Aranda Màrquez e coordinata da Rosa Sandretto, la mostra celebra due artisti di fama internazionale ormai scomparsi: Rufino Tamayo e
L’esposizione è aperta dai personaggi surreali di Rufino Tamayo (Oaxaca, 1899 – Città del Messico, 1991), rappresentati negli anni Sessanta e Settanta (Femme en Rouge; Deux filles). Dalle opere di Sergio Hernàndez (Huajuapan de Léon, 1957), poi, fanno capolino strane creature e fantasmi, ma anche uccelli, grilli, rane (La grotte, 1989).
Se si escludono quelli astratti, il denominatore comune dei lavori raccolti sembra essere l’importanza data alla corporeità, o meglio alla figura, umana o soprannaturale che sia. In parte ispirate alla cultura occidentale, alla Genesi e al Nuovo Testamento (En el jardin, 2000), le scene dipinte da Maximino Javier (Santa Fe la Mar, 1948) sono popolate da corpi sospesi e fluttuanti che ricordano i soggetti chagalliani. A tal proposito, Carlos Aranda ha
A sua volta, Luis Gonzales Zarate (Santa Caterina Cuanana, Tlaxiaco, 1951) descrive un sub-mondo fortemente suggestivo, legato al culto dei morti. Abitualmente intagliati nel legno ed utilizzati per le celebrazioni dei defunti, i suoi Calacas posseggono vita propria e si cimentano nelle azioni quotidiane più disparate (Muerte cucinando, 1999).
E’ doveroso segnalare, in conclusione, le composizioni astratte di Josè Villalobos (Ixpetec, 1950), le 30 icone di piccolo formato di Alejandro Santiago Ramirez (Tecocuilco, 1964) e le straordinarie tele del visionario Guillermo Olguin Mitchell (Città del Messico, 1969).
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sonia gallesio
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secondo voi che senzo ha il vostro sito?aspettiamo trepidanti una vostra risposta...vi ringrazio anticipatamente...cordiali saluti..Erme la focosa