Il titolo della mostra, Un quartetto, è un richiamo diretto alle quattro installazioni presentate nell’ampio locale latteo di via Parma, in una zona più appartata e tranquilla rispetto a quella del circuito delle gallerie torinesi. Ed è qui, dove artisti che lavorano col suono hanno trovato terreno privilegiato, che Luca Vitone (Genova, 1964), attualmente impegnato al Pecci di Prato con una personale, ha deciso di chiudere un cerchio iniziato più di tre anni fa, quando, in contemporanea ad EXIT-01, presentava il primo lavoro della serie Corteggiamento. Allora il musicista Beppe Turletti aveva suonato la fisarmonica nel cortile interno del caseggiato e da quella performance era nata Polimnia, nome di una delle muse che intitolano queste installazioni. Lo strumento tradizionale utilizzato nella performance, appoggiato al suo sgabello, e le piccole luci azzurre e gialle, i colori di Torino appunto, che abbracciano i due elementi.
Da sempre interessato alla tradizione popolare e alla conoscenza più genuina dei costumi del luogo dove si trova ad operare, Vitone da allora ha proseguito questo percorso a Catania ed a Milano, in galleria è esposta relativa documentazione.
Clio, lavoro milanese, è composta da una chitarra appoggiata alla sedia dove normalmente siede il chitarrista, mentre Euterpe è una vecchia panchetta sulla quale giace un rudimentale tirititì tipicamente catanese. Fili di lampadine con i colori simbolici delle due città rallegrano entrambe le composizioni inferendo quell’aria festaiola e popolare. Gli ingredienti del corteggiamento sono tutti presenti: lo strumento tipico, quello delle serenate al chiaro di luna, la seduta e i romantici bagliori artificiali nel loro composto e caldo luccichio.
Melpomene, opera esposta per la prima volta, si trova in fondo alla sala: le luci colorate di rosso, verde e blu si appoggiano dolcemente ad un violino e al baule consumato dal tempo sul quale è sistemato. L’opera è dedicata ai Rom, e per questo si compone di un oggetto che evoca la pratica del nomadismo e di uno strumento musicale caro a quest’etnìa.
Percorrendo i candidi spazi tra i quattro lavori si avverte un sentimento nostalgico nei confronti di una dimensione più autentica, meno costruita attorno a modelli generalizzati, ma più conforme alla propria vocazione locale. Ed è in questo viaggio tra l’immaginario individuale che gli oggetti in mostra evocano e il ricordo collettivo. Così il pensiero va ai corteggiamenti amorosi di una volta e alla cornice d’elementi che ne coronavano la riuscita.
monica trigona
mostra visitata il 24 febbraio 2005
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