A soli sette anni Alexandre Moltchanov (Siberia, 1951), già miscelava i pigmenti e aiutava il nonno nella preparazione delle tavolette per le icone. Lavorando con estrema dedizione, ha portato avanti quell’arcaica tradizione che nelle famiglie degli ikonopisets si trasmette tuttora di generazione in generazione. Attualmente in Italia per occuparsi dell’allestimento della Chiesa Ortodossa di Sanremo, ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di San Pietroburgo. Successivamente ha lavorato a lungo per la Chiesa Russa, dedicandosi sia al restauro che alla creazione di icone nonché alla realizzazione di affreschi. A partire dal 1991, le sue opere sono state esposte più volte in Europa e in America.
In breve, è questo il percorso di Moltchanov, uno degli iconografi al momento più conosciuti. Attuata dal Centro Europeo per la Cultura Russa e curata da Maria Jedossekina, la mostra presenta 23 icone singole più un trittico prodotti da Moltchanov impiegando legno,
Dal greco eicòn, il termine icona viene utilizzato per indicare le immagini sacre dell’arte bizantina. Oltre a richiedere grande preparazione e maestrìa, un tempo il lavoro degli iconografi era assoggettato a regole assai ferree e a controlli costanti atti a scoprire eventuali eresie. Anche oggi, tuttavia, questi professionisti devono rispettare canoni specifici, seguire i precetti della pittura religiosa, ottenere l’autorizzazione della Chiesa. Nonostante sia piuttosto facile cadere in errore, l’icona non può essere considerata un quadro, né una rappresentazione artistica in senso lato. Costituisce una preghiera, un segno portatore di grazia, un mezzo per apprendere ed insegnare al contempo, un messaggio che si avvale di un linguaggio esclusivo. Inoltre, è importante che tali opere non rimandino al loro esecutore materiale, ma direttamente alla parola di Dio. E’ per questo motivo, in genere, che non vi vengono apposte firme o date d’esecuzione. Metaforicamente, gli iconografi sono considerati scrittori , proprio perché l’icona rappresenta il verbo tradotto in immagine. In fondo, così come spiega Maria Jedossekina, la finalità principale di queste tavole è proprio quella di portare agli occhi quello che la parola porta all’orecchio.
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