L’infatuazione profondamente pensata per Vincent Van Gogh si è sedimentata nel lavoro di Giorgio Ramella (Torino 1939). Ha lasciato l’ennesima valigia nell’ormai enorme bagaglio del pittore, basculante con sempre maggior equilibrio tra figurazione e astrattismo. Perciò non è totalmente condivisibile ciò che Nico Orengo sostiene nel catalogo: è vero che Ramella non intende abbandonare “i vecchi strumenti del dipingere”, ma non pare corretto sostenere che “mai potrebbe annullare la figurazione”.
Senza voler risalire agli episodi vari e variegati dell’itinerario artistico di Ramella, a partire dalla metà degli anni Sessanta, è sufficiente osservare con attenzione questo ciclo dedicato agli Orienti (2002-2003). Nell’opera matura del pittore, non solo la figurazione è annullata, ma lo è pure l’informale o l’astratto. Perché quello di Ramella è un procedimento del narrare che non descrive, mostra corpi senza figure – almeno nel senso antico che si dava a questo termine, poiché mai si dà tradizionale ritratto – scardina le forme senza scollarsi dal reale (gli esempi più lampanti sono Oriente, 2003, cm 60×80 e Oriente, 2003, cm 35×45). Ennesima prova di quanto viene qui detto è costituita dal fatto che l’Oriente di questa personale ha almeno due caratteristiche da non sottovalutare: è plurale e non è geo
Un primo dato che si estrapola dalla visione complessiva delle opere è il trattamento affatto rigido di interno ed esterno. La camera e ciò che sta fuori dalla finestra a poco a poco si confondono, fino a che la camera è ciò che sta fuori e viceversa: si veda Oriente (2003, cm 60×80). Allo stesso modo, un erotismo accattivante si mescola senza grumo alcuno a un’atmosfera da favola, come scrive l’attenta Olga Gambari, e sarà sufficiente guardare Oriente (2002, cm 80×120) oppure Oriente (2003, cm 120×160). Per quanto concerne la tecnica, affascina la stesura pastosa del colore, il palesarsi della trama della tela, il tratto stilizzato che testimonia di quanto Ramella abbia guardato agli albori della pittura, la decomposizione delle prospettive. Un esempio magistrale di tutto ciò risiede nel piccolo capolavoro che è Oriente (2003, cm 20×30).
La serie di otto disegni segregata in un corridoio della galleria, evidentemente e scientemente in-finiti, non devono stupire. Calibrate posizioni d’amore, dolci e sapienti penetrazioni, teneri ma decisi abbracci non sono materia da nascondere. Sono al contrario parte integrante di questa poetica del caleidoscopico Ramella e meritano un posto addirittura d’onore in questa fase della sua produzione.
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marco enrico giacomelli
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