Carlo Valsecchi (Brescia, 1965) torna a Torino dopo tre anni, periodo nel quale ha abitato i vulcanici spazi delle fonderie dell’azienda Tenaris situate in Italia, Argentina e Messico, trasferendosi successivamente nel progetto sulla città di Palermo, tuttora in corso.
La mostra si apre su un enorme monocromo giallo: è la poltiglia ferrosa recuperata dal riciclaggio dei rifiuti, materia prima del ciclo di fusione. Tutta la meccanica alchemica della fotografia di Valsecchi è già in atto, come dimostra la cocente sublimazione della pesante materia in cumulo cromatico disposto nella luce naturale della notte, trasformata in monocromo nero.
Il viaggio nel processo, scelto dall’artista a causa di una “fascinazione concettuale”, prosegue con le fasi di fusione, in cui la materia assume differenti stati fino a diventare una colata incandescente capace d’incendiare anche l’aria d’attorno. Chiuso dentro lo scafandro di amianto, l’esploratore con la macchina fotografica raggiunge la zona calda, e coglie i colori di quest’atmosfera inospitale ricreata dal fuoco primigenio. È quasi una sorta di rinato zoroastrismo, di culto solare, questo algido e indiavolato scattare di Valsecchi, che dice: “quello delle acciaierie è un mondo che comprende tutti i luoghi e tutti i tempi, sembra di fare una corsa attraverso la nascita di questo pianeta; malgrado si vada nella direzione delle nanotecnologie e del terziario avanzato e immateriale, tutta la nostra vita continua a reggersi su da barre d’acciaio”. Questa ricerca concettuale delle forze primitive confluisce negli spazi freddi delle macchine di produzione, dove l’artista bresciano installa il proprio studio: “qui posso usare tutto quello che c’è: forme, colori, spazi, oggetti, materie, dice.
Così facendo, Valsecchi scopre una verità assoluta, senza tempo, immobile, che noi consumatori consumati abbiamo ormai dimenticato: l’homo faber deve imitare la natura, seguirne l’esempio, le leggi e le regole per produrre il suo mondo artificiale.
Una verità scomoda, perché quello strambo esempio di superuomo che siamo diventati, malgrado Nietzsche, non ammetterebbe più d’essere un figlio della Natura, ma si spaccia per il suo padrone. Valsecchi viaggia in quegli spazi lunari che furono già del Michelangelo Antonioni di Deserto rosso, per riportarci a noi. Il colore, la prospettiva, la composizione e un certo tono drammatico e metafisico che il suo sguardo scorge portano il fotografo italiano ad un ulteriore livello di consapevolezza: “sono nell’altro emisfero e trovo un omaggio in chiave contemporanea al Duecento italiano”. Attraverso l’architettura Valsecchi compone un ritratto dell’uomo, che resta assente perché “tutto in questi spazi parla di lui”.
La seconda parte della mostra espone gli interni di un mondo aggrovigliato, “lo scheletro di un’architettura spontanea del Settecento” lo definisce Valsecchi. Si tratta dell’ex Banco dei pegni per corredi di nozze di Palermo, realtà durata fino al 1970 che oggi costituisce il retro, abbandonato e in via di ricostruzione, della sede del Banco del Sicilia. Un mondo incantato e cruciale per la vita di molti, nascosto dietro il volto della modernità.
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mostra visitata il 19 ottobre 2006
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