Dapprima scenografo ed attore, poi regista teatrale, scultore, ma soprattutto disegnatore e creatore di film d’animazione. Laureatosi nel ’76 in politica e studi africani, è negli anni Novanta che William Kentridge (Johannesburg, Sud Africa, 1955) entra a pieno titolo nella rosa degli artisti contemporanei più apprezzati al mondo.
Senza mai perdere l’essenziale quid ironico, i suoi disegni, i video e le sculture, trasferiscono un senso costante di inadeguatezza e penetrante tristezza. Riportano al dolore e al conflitto nella società globalizzata, e sembrano ricercare l’imperfezione, anzi rifuggire le certezze assolute, ritenute impossibili e controproducenti.
Attraverso le problematiche che attanagliano il Sudafrica, l’autore indaga la condizione umana per intero, in particolare facendo riferimento alla natura labile della memoria collettiva. Sullo sfondo dell’apartheid, ad esempio, le trame dei suoi film animati psono tessute sull’antagonismo tra Soho Eckstein, spietato imprenditore edilizio, ed il suo malinconico, sensuale e vulnerabile alter ego Felix Teitlebaum.
Prima retrospettiva italiana, la mostra ripercorre l’intera produzione dell’artista sudafricano, dai disegni realizzati dal ’79 alle opere filmiche più recenti. A partire dalla fine degli anni Ottanta, i cortometraggi di Kentridge sono ricavati da serie di disegni a carboncino e pastello su carta, ciascuno dei quali è sottoposto a progressive modificazioni, per mezzo di cancellature e nuovi adattamenti.
Questa tecnica, che l’autore stesso definisce “cinematografia dell’età della pietra”, diviene un modo per eludere la spettacolarizzazione della tragedia, in netta contrapposizione con i rapidi e virulenti contagi mediatici che caratterizzano la nostra epoca.
Malgrado il processo di elaborazione rimanga rintracciabile, la cancellatura si fa depositaria di un duplice intento: da un lato è metafora della comune propensione a dimenticare soprusi e brutalità, dall’altro è emblematica della volontà dell’artista di contestare i preconcetti radicati in ogni ambito sociale.
La mostra è introdotta dalle opere esposte nella sala 34: oltre a disegni, incisioni e alle eccezionali sculture in bronzo appartenenti alle serie Procession (2000) e Telephone (1999-2000), vi sono alcune stampe di Francisco Goya e William Hogarth, per Kentridge fonte d’ispirazione.
Seguono le proiezioni dei maggiori cortometraggi: da Felix in esilio (1994), prodotto poco dopo le elezioni che segnano la fine dell’apartheid, a Dormire sul vetro (1999), retroproiettato su una specchiera di una cassettiera in legno.
Ne Indicatore delle maree (2003), presentato in anteprima mondiale, ritorna il personaggio di Soho. Vestito dell’immancabile completo gessato, qui Eckstein si fa testimone passivo di eventi funesti che rimandano al flagello dell’AIDS.
Nella sala 38 sono raccolte opere del 2003 ispirate alle prime, embrionali e fantasiose sperimentazioni in campo cinematografico.
Frammenti per Georges Méliès e Viaggio sulla luna rappresentano appunto un omaggio a Méliès, lo straordinario autore e produttore che già sul finire del XIX secolo rivela le magiche ed ammiccanti potenzialità della settima arte, grazie a capolavori quali Il locatore diabolico (1909).
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