Lise Harlev (1973, Odense), danese di origine ma berlinese d’adozione, ha all’attivo alcune mostre di un certo interesse in Europa e, tra le altre, una partecipazione a BIG 2002 a Torino. Ed è proprio nella capitale sabauda che torna, dopo tre anni, per la sua prima personale italiana.
Il titolo I don’t always agree sottolinea la volontà dell’artista di rompere con quella censura -sempre più auto-censura- che oggigiorno inibisce la possibilità di esporsi con pensieri personali a favore di una omologazione semplificatrice, figlia naturale della sponsorizzata globalizzazione.
Cartelli, poster e locandine realizzati con layout semplici, talvolta casalinghi, sono disseminati nella sala grande di Maze, recando ognuno un pensiero diverso e conciso riguardo a precise questioni socio-politiche. Si parte con delle insegne, simili a quelle utilizzate nelle manifestazioni politiche, che evidenziano un certo disagio dell’artista nell’identificarsi con cliché e con slogan standardizzati. Concetti apparentemente banali, forse scontati, trasposti spesso tramite domande, sull’identità personale in relazione con la dimensione pubblica, acquistano così forza e valore grazie al medium d’impatto utilizzato.
La sensazione immediata è che le idee scritte siano familiari, molto familiari, e che, pur balenate nella nostra mente più volte, siano state incautamente sottovalutate e, di conseguenza, mai espresse apertamente. Harlev sottolinea poi come le culture straniere, nonostante la continua propaganda mediatica di un mondo privo di barriere, non siano così pronte ad assimilarsi l’una con l’altra a causa di evidenti differenze, a partire proprio dal linguaggio.
Crea così un fittizio poster pubblicitario di un dizionario: leggendo tra le righe patinate, non si ravvisano contenuti promozionali ma riflessioni su problematiche filologiche e semantiche relative all’utilizzo di lingue straniere.
Lungi dall’essere precetti o norme da seguire fedelmente, queste osservazioni sono frutto dell’ esperienza vissuta dall’artista, che ha scelto di spostarsi da Copenhagen a Berlino sperimentando in prima persona i pro e i contro del vivere in un mondo globalizzato.
A rafforzare la tematica dello sfasamento socio-culturale, troviamo su una parete numerosi e malinconici messaggi (come degli sms a muro) ottenuti con i trasferelli (I am here and you are there, 2003), che l’artista dedica ad un ipotetico amore lontano. L’uso di standard grafici e loghi appartenenti a marchi riconoscibili sdrammatizza la natura intima dei pensieri e favorisce un contatto con lo spettatore.
Più in là nel percorso, una serie di riflessioni sui tipi di relazione che si instaurano con le identità nazionali e culturali sono riportati su volantini di carta colorata appesi al muro. I font utilizzati e l’impaginazione assai comune ricordano gli annunci che riempiono le bacheche universitarie. Ma i testi sono decisamente diversi: Siamo veramente convinti che il nostro paese sia il migliore? E ci offendiamo sul serio se ne parlano male?
Il tema estremamente delicato, soprattutto oggi, riguarda l’essere fraintesi quando si esprime un sentimento nei confronti del proprio paese, viene spiegato così dall’artista in un’intervista rilasciata a Caroline Corbetta : “Ho notato, ad un tratto, che nei pubblici dibattiti c’era questa specie di paura del dire la parola sbagliata, di essere accusati di nazionalismo o di intolleranza, e per me era difficile discutere in questo modo di nazionalità e xenofobia non era per me facile da comprendere. Fu allora che compresi che i miei lavori potevano diventare una piattaforma per i pensieri complessi ed ambivalenti, anche quando non sono politicamente corretti”.
Ultima opera, To represent the world, già presentata a Manifesta 4 e a BIG 2002, è composta da una serie di poster colorati, e regolarmente incorniciati, che racchiudono opinioni raccolte tra gli artisti a proposito della loro nazionalità e del modo in cui essa incida sulla loro produzione. I pareri differenti, spesso opposti, evidenziano quanto l’argomento sia lontano dai cliché ai quali troppo spesso siamo abituati. E ad abbandonare proprio gli stereotipi ci invita l’artista nell’intero percorso espositivo, frutto di un’intelligente riflessione sul nostro tempo e sui suoi facili abbagli.
monica trigona
mostra visitata il 7 ottobre 2005
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