Che cos’è la pittura? Domanda delle cento pistole,
ginepraio di tesi e antitesi: fedele riproduzione, libera interpretazione o
pallida imitazione del reale; semplice rappresentazione di se stessa, replica
dei propri codici, schiava ribelle dei suoi strumenti. E via aggrovigliandosi
nelle teorie e nelle pratiche susseguitesi nel corso dei secoli.
E indietro nel tempo risale Paolo Serra (Morciano di Romagna, Rimini,
1946; vive a Castelleale di San Clemente, Rimini), chiamato a inaugurare il
nuovo spazio della galleria torinese, e un calendario già stilato fino a fine
anno. I riferimenti d’emblée sono, più che facili, automatici: da Malevic a Rothko, passando per il Minimalismo.
Sempre e comunque, radicalmente aniconico, anche nel tentativo di suggerire un
orizzonte affiancando due strisce di differenti lunghezze. Insomma, laddove la
pittura fa quadrato rintracciare i precedenti è un gioco da ragazzi. Ma, al di là dello
sfoggio di erudizione, l’approccio puramente comparativo risulta del tutto
insufficiente per comprendere una ricerca che ha fatto proprio l’ampio
ventaglio semantico che dava respiro alla parola greca techné, misto fra arte e saper fare.
Più che da atelier è un lavoro da opificio, quello di
Serra, presupponendo sapienza della materia in ogni fase del processo creativo.
Dalla preparazione di un supporto altero e ostico quale la tavola, al recupero
di tecniche antiche come la foglia d’oro, la tempera a uovo, la lacca, i
pigmenti ricavati dalla cocciniglia, dall’ossido di ferro o dalla combustione
della vite. Toni vellutati e cangianti, spesso esoticamente caldi (alcuni
arancioni e rossi, soprattutto).
Ecco dunque l’addentellato tra ascendenze colte e perizia
artigiana, che in filigrana lascia trasparire l’esercizio spirituale implicito
in una prolungata esecuzione: talvolta è infatti necessario oltre un anno per i
“cento e più”
passaggi di colore, alla fine perfettamente uniformati in una texture vibrante, dalle risonanze
metalliche e dalla struttura compositiva logico-matematica (tra le “unità di
misura”, le sequenze di Fibonacci).
Reflected light il titolo della personale, dove alle lacche è affiancata
una serie di acquerelli di piccolo formato. Ma a riflettersi non sono soltanto
la luce esterna, o gli spettatori che si ritrovano sopra e dentro la superficie pulitissima delle
opere. Perché i dipinti stessi sembrano riverberare una luce “interiore”,
emanata dal fondo dorato, che affiora a sprazzi: un’impressione istintiva e
ineffabile, che rende magmatica la “temperatura emotiva” di questa pittura.
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