Volutamente oscuri. I significati come i media utilizzati. Nove tele rettangolari dipinte completamente di nero si ergono sinistramente sulle pareti della galleria. A scandire in due sale attigue un lasso di tempo bloccato nell’assoluto. Che si tratti dei soliti monocromi pseudominimalisti, chiamati a ripeterne la rigida ossessività seriale? Sembrerebbe proprio di sì. Almeno ad un primo fugace sguardo. Perché a volte l’apparenza non inganna, e quando lo fa, è per meglio nascondere una verità che solo una paziente attesa penserà a svelare. Come nel caso di queste pitture nere, così simili nell’aspetto coriaceo al monolito di 2001: Odissea nello spazio. Ugualmente enigmatiche e impenetrabili, tali da provocare prima smarrimento e poi una lenta presa di coscienza. Una sorta di kubrickiana Alba dell’uomo, inno alla sua nascente consapevolezza di essere pensante, che nel ciclo pittorico di Alessandro Bulgini (Taranto, 1962) diventa rivelazione di un pensiero alchemico. Dove, a ricoprire il ruolo di moderna pietra filosofale, è la pratica stessa del dipingere. In un modo per di più tradizionale, fatto di successive velature di colore grigio e nero a tratteggiare le sagome di anonimi individui. Uomini e donne, vecchi e giovani, col
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grande!!!
maestro bulgini!!!!