Cinque pezzi facili. Di presa immediata. Senza troppi preamboli e intellettualismi di maniera. Sono esattamente quello che sono. Se la semplicità è un valore, allora si può ben affermare che Nicola Di Caprio (Caserta, 1963) ne è l’emblema. Come chiaro e lapalissiano è il pluricitato U R What U Listen 2 – Sei quello che ascolti, vero e proprio marchio distintivo di tanta sua produzione artistica legata all’ambito musicale. Nel quale la messa in posa fotografica di una scelta schiera di cd accostati si fa icona di un personale ritratto, dall’aspetto grafico e pulito. Così lo è il gesto-feticcio I LUV R’N’R (2005), tanto caro ai rockers duri e puri, qui edulcorato dalla nobile materia del bronzo. Che sembra rivolgersi in estatica adorazione di una pietra miliare della generazione lisergica, quel Dark Side of The Moon (1973) dall’incedere perentorio immensamente complesso, trasformato da Di Caprio nel dipinto Half side of the face (2006). Con i volti dimezzati delle due menti dei Pink Floyd a formare un novello Giano bifronte delle arti visive.
Contaminazioni da jam session musicale e citazioni anche della storia dell’arte si sprecano nel grande disco rosso Redwish (2006), che tutto ingloba e tutto restituisce in forma di legittimazione artistica. Quella sancita dalla vendita dell’opera, indicata dal famoso bollino rosso d’ordinanza. Che, nell’accertarne il livello di successo raggiunto, intende qui assolvere anche una funzione propiziatoria nei confronti della medesima. E infine sovrapposizioni di segni, scarabocchi, collage, interventi vari scaturiti da libere associazioni di idee sono i tratti distintivi dell’installazione Inside Sleeve Revisited (2006).
Dove una parata di variopinte foderine interne di vecchi lp -tra un Fausto Leali d’annata e un album dei Police- si staglia fieramente sull’intonaco del centro d’arte Velan. Offrendosi allo sguardo indiscreto del pubblico che prova, così, la sensazione di violare la sacra intimità di un feticista, ossessionato dal sano culto della musica. Sottoforma di carte provate dall’usura del tempo che subiscono l’ennesima stratificazione, questa volta imposta consapevolmente. Per ritrovare qualcosa di personale.
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claudia giraud
mostra visitata il 18 maggio 2006
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