La famiglia Leu è strutturata come una bottega rinascimentale, con un mestiere che si trasmette di generazione in generazione, con la sapienziale riservatezza che si addice a una pratica che è assai più prossima all’arte che all’artigianato. Come in ogni famiglia dalle antiche tradizioni, ha una vicenda travagliata, costellata di spostamenti repentini. I Leu arrivano da Losanna, ma da anni risiedono a Ibiza. O, meglio, sull’isola hanno una base d’appoggio, poiché in realtà sono continuamente chiamati a prestare i loro “servigi” in altri paesi e città. Nell’immagine classica di una tale “tribù” non manca mai, inoltre, la figura del capostipite. E la famiglia Leu non fa eccezione. Il compianto Felix aka Don Feliz, dalle mani esperte e dal corpo ossuto, era esattamente un personaggio di quel genere. Ma accanto a lui non vanno dimenticati la moglie Titina e i figli – in particolare Filip –, presto in grado di realizzare opere da mozzare il fiato.
Per farla breve, nel mondo dei tattoo il nome Leu è un vessillo noto globalmente e recare sulla propria pelle un loro lavoro è degno di ogni rispetto. D’altronde, i Leu sono autori di capolavori di scarificazione artistica. Realizzano giochi cromatici e formali che lottano e al contempo assecondano la pelle. Costituiscono una tappa basilare in quella millenaria e ancestrale storia che, dall’oriente all’occidente, dal nord al sud, è scrittura avant la lettre, scrittura del corpo e sul corpo.
Come se non bastasse questa prima ragione per precipitarsi da Guido Costa, interviene il fattore fotografico. Perché le opere e il progress della famiglia Leu sono seguiti con attenzione, per anni, da uno fra i fotografi italiani contemporanei più apprezzati, Fabio Paleari (Milano, 1963). Il ciclo che ha realizzato sui tatuatori è corposo e alla galleria torinese è presentata una selezione accurata. Ogni lavoro, ogni ritratto in copia unica è stampato su vinile in grande formato, con un bianco e nero che esalta le sfumature di luce di ogni opera nell’opera.
Ma se ancora non fosse sufficiente, l’allestimento ha convinto anche i più titubanti. Le fotografie, infatti, non sono esposte solamente nei suggestivi spazi dell’ex-tipografia divenuta galleria nel 2002, ma anche nella corte interna. Un omaggio alla tragressività dei Leu, con un’operazione di “squatteraggio” che per una volta non scimmiotta borghesemente la cultura metropolitana. Così, appena varcata la soglia del palazzo, le grandi stampe si palesano su tre lati del ballatoio, a piani differenti, avvinghiate alle ringhiere.
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