Se le Finisterre di Francesco Lauretta (Ispica, Ragusa, 1964, vive a Torino) erano terre di confine e limite invalicabile, in questa mostra da Ermanno Tedeschi, la finisterrae (fine della terra) chiamata in causa da Isola&Norzi (Hilario Isola, Matteo Norzi, Torino, 1976) diventa un pretesto per una riflessione più ampia, al di là di ogni connotazione puramente geografica. Come del resto suggerisce il passato di questo termine, quando indicava il bordo estremo dei territori conosciuti e rappresentati sulle carte di diverse regioni, ma allo stesso tempo anche il concetto filosofico di limite della conoscenza, ostacolo da superare in nome del progresso scientifico.
Ecco allora comparire nell’allestimento, concepito dal duo di scultori torinesi che hanno eletto il legno a loro principale strumento espressivo, un’interpretazione giocosa delle Colonne d’Ercole (i confini del mondo secondo gli Antichi), in forma di quattro precarie zampe d’elefante tra le quali passare con doverosa cautela a causa dello spazio ristretto compreso nel centro. Per non rischiarne una rovinosa caduta. Lo scopo è quello di ricreare un ambiente, o meglio, un sempre meno stabile habitat, la cui paventata distruzione farebbe diminuire di colpo un’intera specie vivente, fino alla sua totale estinzione. Una metafora congeniale a questo tipo di indagine relativa al rapporto natura/artificio/uomo, che si chiarisce ulteriormente nella doppia installazione nata dalla collaborazione con il sound designer Enrico Ascoli. Ascoli è autore di un tessuto sonoro narrativo che, perfettamente integrato nell’opera scultorea di Isola&Norzi (una casetta per uccellini/cassa acustica), vuole ironizzare sull’ambivalenza e sullo sconfinamento degli elementi naturali in quelli sintetici, e viceversa. Tanto da non riuscirne più a distinguere la reale differenza.
Così, attraverso una sottile musica elettronica dal titolo Birdless, Ascoli tenta di opporsi al vuoto dello spazio lasciato libero dalle altre sculture. E lo fa raccontando una fiaba di effetti sonori che, evocando il silenzioso rumore della notte, il ritmo operoso di un boscaiolo intento a segare un albero, e il successivo tonfo del suo precipitare, si irradiano ben oltre il limite di una stanza.
Ma se il limite tanto vituperato fosse invece un bene da salvaguardare, una consapevolezza a volte salutare, una preziosa resistenza a pericolosi deliri d’onnipotenza? La verità sta sempre nel mezzo. E lo dimostra proprio un intervento diretto sull’architettura della galleria dal titolo Preghiera, dove candele al posto delle sbarre ostruiscono la cavità di un antro buio. Al quale una fiamma accesa ridona speranza. E un barlume di ragione.
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