Playtime cita nel titolo l’omonimo film di Jacques Tati, dove a dominare sono il “tempo” e il “gioco” che ben si addicono al progetto di Swetlana Heger, lavoro che ha un finale aperto, work in progress che le permette di misurarsi e di “giocare” con numerose persone, ben oltre il tempo della durata di una singola mostra. Il campo prediletto è un’attenta riflessione sulle strategie di marketing all’interno del sistema artistico.
Dopo sette anni di collaborazione con l’artista Plamen Dejanoff, la Heger inizia un proprio percorso personale che si scontra fin da subito con lo stereotipo di “artista-donna-da sola”, conflitto che riesce a piegare a proprio favore e a lavorarvi dal di
Di qui è partita poi una collaborazione con le corporations Adidas, Levi’s,
Interpretata dalle diverse etichette secondo un senso che diviene performativo, il progetto diviene una campagna pubblicitaria a cui partecipano fotografi, stilisti, truccatori di fama internazionale. Per il suo lavoro la Heger parla di brand art, accostando anche semanticamente il contesto commerciale a quello artistico, con il rischio di una confusione del chi si serve di chi, la moda dell’arte piuttosto che l’arte della moda in una globalizzazione dei settori economici e del sapere che potrebbe andare a minare i pochi spazi rimasti per una disinteressata attività intellettuale.
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karin gavassa
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