“Ogni artista ha una sua araldica”. Sono parole di Gino Gorza (Bassano del Grappa 1923 – Torino 2001), allievo brillante di Felice Casorati e precoce ospite delle edizioni XXIX e XXX della Biennale di Venezia, che ha indagato per mezzo secolo il rapporto tra corpo, gesto e scrittura, affermando un’arte intesa come linguaggio analfabeta, non letterale ma segnico e perciò ancor più tipico e individuale. Da qui il senso della pittura come traccia lasciata dalla unicità di un pensiero che si fa ritmo cardiaco, di un corpo che si fa idea, e viceversa. “Il pittore che ha delle idee
In mostra, le Bagnanti del 1952 esprimono il gusto per la ritmica di linee e curve, che presto si sposta verso gli spessori di una scrittura materica, gestuale ed espressivo-astratta. Le “paste alte” degli anni Sessanta giocano con la luce e con l’idea del bassorilievo, su tela, sorto da ispirazioni calligrafiche.
Malgrado non si definisca un artista concettuale, Gorza propone l’incontro tra il gesto libero e l’idea guidata fino nell’animo del visitatore. Titoli come Figura piumata, Muro gotico o Immagine riflessa, indicano una sofisticata ricerca concettuale, risolta in quadri misticheggianti, dal formato indicativamente totemico. Le Medaglie proseguono il discorso innovando il linguaggio verso un minimalismo che comprime l’idea, come in Freccia o Icaro, in corrugamenti e manipolazioni dello spazio neutro del supporto.
La rigorosa elaborazione linguistica di Gorza è capace di toccare differenti momenti, come il minimal e l’optical. In opere dei primi Settanta, come Il giorno, smalti neri si stendono su forme di legno che restano appese alla parete come quadri ma hanno ormai l’agitazione tridimensionale della scultura, tenuta a freno su di un
Nella mostra curata da Marco Rosci e Pino Mantovani sono presenti anche esempi delle sue provocazioni inerenti le illusioni spaziali, che focalizzano l’attenzione su quel “quoziente congetturale del giudizio” che per Gorza è uno dei nodi fondamentali dell’arte.
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nicola angerame
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