In comune hanno i temi dominanti la loro produzione: la storia, la cultura dei popoli, i richiami al mito. Ma anche un intimo e consapevole rapporto con la sofferenza, tradotto non in modo meramente introspettivo, bensì macroscopico, facendo riferimento alle fratture che ancora oggi smembrano intere popolazioni.
Focolare inestinguibile di ogni comunità, il dolore viene narrato mediante allegorie proprie della contemporaneità e sempre contrapposto ad una speranza di redenzione. Nello specifico, il concetto di salvezza si fonda su basi concrete, ed ha a che fare non tanto con un immaginario di fede, quanto con ideali di libertà in terra, corrispondenti ad opportunità politiche e conquiste sociali.
Attraverso un approccio prevalentemente fisico e materiale, sebbene non carnale in maniera esplicita, entrambe le artiste incentrano il loro lavoro sulla figura femminile. Maggiormente conosciuta in ragione del suo impegno antimilitarista e femminista, protagonista di spicco della controcultura newyorchese fin dagli anni ‘60, Nancy Spero (Cleveland, Ohio, 1926) fa del corpo la proiezione di un intero universo collettivo. Sommesso e sottomesso quanto di vastissime proporzioni. Realizza collage di stampe e disegni su rotoli di carta, particelle vive che nella loro serialità tessono narrazioni e coreografie danzanti, di grande armonia, mescolate ad audaci cromie. Inframmezzati da simboli arcaici, porzioni di testo e tracce pittoriche, recenti contributi fotografici affiancano immagini estrapolate da antiche fonti mitologiche.
Concretizzata in impronta colorata, la donna diventa icona martellante, talvolta destabilizzante. Aggressiva in quanto imposta e ripetuta. Evocatrice perché forte della sua sensualità, presunta o appena accennata.
Polivalente, la sagoma-archetipo si fa timbro o matrice, così da poter essere sovrapposta e combinata in infinite sequenze. Per la Spero, elemento fondamentale è l’effetto repressivo e castrante del potere. Tuttavia, prevede la possibilità di un riscatto, in virtù dell’utilizzo di metafore di resistenza ed emancipazione. La femmina dinamica che ride, salta o corre, grida un ideale di affrancamento lecito e possibile. Tra le figure ricorrenti: una scultura precolombiana dalle sembianze di uno scheletro accovacciato ed una gioiosa danzatrice con vibratori.
Nello spazio seminterrato segue una personale composita, seppur scarna, della canadese Rebecca Belmore (Upsala, 1960). L’interazione tra installazioni, video e fotografia testimonia la reale capacità dell’autrice di servirsi dei mezzi espressivi più disparati. Dal punto di vista strettamente pratico, mostra quanto possano essere edificanti le reciprocità tra manualità e tecnologia, così come –sul piano astratto– è fattibile far dialogare attualità e tradizione, concretezza e ritualità.
Per la Belmore il punto di partenza è la condizione della popolazione dei nativi del Nord America, alla quale lei stessa appartiene, costretta a subire l’alienazione risultante dalla colonizzazione europea. La necessità di denuncia, tradotta da una polemica parafrasata dal linguaggio dell’arte ma pur sempre violenta, si amalgama con il bisogno di palesare un senso di perdita e disfatta. Oggi per la prima volta, l’artista attinge all’iconografia della cristianità. Così, ad esempio, immortala un Adamo ed una Eva post-moderni, il cui abbigliamento suggerisce un’inevitabile perdita dell’innocenza.
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