Neil Campbell è nato in Canada, in una fattoria al centro dello Stato. L’isolamento lo ha posto, sin dall’infanzia, a contatto con il paesaggio, con la vastità di un territorio povero di insediamenti umani. Questa esperienza di vita ha influenzato profondamente la sua ricerca, facendogli privilegiare una dimensione appartata di lavoro, lontano dal clamore delle manifestazioni pubbliche. Ha vissuto a New York dall’inizio degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta, un periodo nel quale la scena pittorica nella metropoli americana era dominata da un prepotente ritorno dell’astrazione. La geometria come essenza autentica, la forma pura come manifestazione dell’esistente, offrono lo spunto per la costruzione di un linguaggio semplice, che palesa l’ossatura della realtà in una sintesi efficace. Il paesaggio solitario, in relazione col quale Campbell è vissuto, diventa nel dipinto un paesaggio astratto: la percezione dell’immagine comporta la ricostruzione mentale dell’origine alla quale essa appartiene.
La prima lettura dell’opera dell’artista è dunque di natura percettiva, esaltata dal colore e dalle forme, essenziali e lineari. Ma, ad un’osservazione meno immediata, il lavoro propone altresì una riflessione attenta sul senso e sul valore della forma geometrica pura, sulla definizione dello spazio attraverso l’opera.
La mostra è costruita col rigore dell’intervento site specific: Campbell ha realizzato tre wall-drawing e li ha collocati in modo strategico rispetto allo spazio, così da indurre lo spettatore a porsi in relazione dialettica con essi. Pareti bianche, due lavori in nero (il nero scenografico, del tipo utilizzato nei teatri di posa cinematografici e teatrali), Boom Boom e Pillar, e uno, Zero, in due colori, nero opaco, e giallo fluorescente. Il contrasto risulta non è solo cromatico, ma risulta evidente anche nelle dimensioni, che passano in modo naturale dal piccolo al grande formato.
L’apparente appiattimento delle forme racchiude, in realtà, un’energia centrifuga che anima l’opera nel contesto spaziale.
Boom boom e Zero sono costituiti da cerchi che sembrano “impressi” dentro alle pareti. Pillar, invece, è una forma allungata, tesa tra pavimento e soffitto, che divide la parete, assottigliandosi nel centro per dilatarsi verso i bordi. Il contatto tra lo spettatore e le opere diventa una vera e propria esperienza sensoriale, che attribuisce all’essenzialità della figura geometrica-cerchio anche una valenza tattile. Richiamando un’idea di unità costruita su differenze infinitesime.
tiziana conti
mostra visitata il 15 febbraio 2007
Fontana, Accardi, Tancredi, Morandi: una selezione di capolavori (tutti in vendita) racconta l’arte italiana del Novecento. Tra debutti sul mercato,…
Tradizione e progetto convivono in una serie di eccellenze che a Palermo hanno iniziato a collaborare e a farsi censimento.…
Dodici anni dopo la sua monumentale retrospettiva autobiografica, Luca Pancrazzi riannoda i fili del tempo e della memoria industriale negli…
Con "The Materiality of Judy Chicago", Galleria Alberta Pane dedica all’artista americana Judy Chicago una mostra che mette al centro…
Diretta da Davide Ferri ed Enea Righi, Arte Fiera torna a Bologna dal 5 al 7 febbraio 2027, celebrando la…
Arianna Pace è la vincitrice della 24ma edizione del Premio Ermanno Casoli, dedicato al rapporto tra arte e impresa: l'artista…