Una mostra per gli amanti dell’astrazione concettuale, per coloro la cui forma mentale funziona per associazioni analogiche e per quelli che si divertono a sovvertire la semantica delle immagini mediatiche sostituendole con elaborazioni immaginifiche. Una carrellata divertente e demenziale quella creata dal torinese Paolo Chiarloni, che sembra quasi lontana dallo spirito di denuncia di molti suoi lavori. Eppure un nesso c’è, in ognuno dei micro-racconti “appoggiati” sulla tela possiamo leggere la giocosità del casuale che induce al dubbio. E sarebbe superficiale non cogliere la nota pungente che si nasconde dietro gli inquietanti binomi che se ne fanno portavoce. Inquietanti e grotteschi, a volte, perché i personaggi, gli animali e gli oggetti riprodotti da Chiarloni, così combinati, appartengono a quell’universo di semantica delle immagini che un po’ infastidisce. Chiarloni utilizza immagini scaricate da internet, astrae volti (a volte quelli di personaggi noti), li combina con soggetti incongruenti -spesso in scala diversa- e colloca le composizioni nello spazio inerte e neutro della tela, dipinta a campitura unica con colori ad olio pastosi. Uno dei motivi di contrasto è proprio rappresentato dalla consistenza dei soggetti, che differiscono dallo sfondo perchè realizzati a stesura piatta, delimitati da un contorno che li fa somigliare a cartamodelli distesi su un piano di lavoro. Forse da questa componente formale è possibile dedurre il valore nuovo attribuito a questi lavori, una serie che stilisticamente si distacca dai lavori del passato, dominati sempre dall’effetto collage, ma in cui lo sfondo era mosso, quasi tridimensionale, spesso grazie all’uso dell’oro.
Quindi le scelte formali creano il trampolino verso il contenuto, come se la linea iconografica che demarca il confine tra dentro e fuori creasse di seguito la scissione tra l’impatto visivo e l’universo delle possibilità. L’immagine, così chiusa e rarefatta nel suo essere a parte rispetto a ciò che la contiene, risulta così improbabile nella forma in cui si presenta. In modo da creare un aggancio cognitivo con i modelli di cui il nostro immaginario è intriso, un riferimento alla realtà in cui siamo immersi che non ha mediazioni e che lascia un margine d’interpretazione magicamente aperto.
elena ientile
mostra visitata il 7 giugno 2007
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