Degna inaugurazione per la nuova galleria Marena Rooms. L’edificio, totalmente ristrutturato, si trova a pochi passi dal centro, a qualche isolato dal S. Giovanni Antica Sede, ex polo oncologico piemontese quasi del tutto trasformato in Museo di Scienze Naturali. La galleria si compone di quattro ambienti e un dehor esterno. Il protagonista della serata, il tanto discusso italo-britannico FranKo B (Milano, 1960; vive a Londra), ha presentato in questa occasione un lavoro che definisce un passaggio naturale nella sua maturazione artistica. Noto per aver esibito il suo corpo, tatuato e inciso con croci e simboli, ognuno con un preciso significato assunto nel suo complesso percorso di vita e, soprattutto, per le performance in cui utilizzava il suo stesso sangue e altri liquidi corporei, afferma ora con assoluta determinazione: “non voglio essere ricordato come l’artista che sanguina”.
In passato il suo corpo era solo una pagina, inerte cellulosa attraverso la quale dire qualcosa di più importante della mera evidenza. Non si faceva tagliare e ferire in pubblico, una minima espressione di dolore avrebbe fuorviato il suo messaggio, non si può dire lo stesso di tanti colleghi esponenti della body art.
Quando le condizioni oggettive sono lontane anni luce dallo specchio della propria
interiorità, l’imperativo è quello di resistere e sopportare, il dolore fisico è nulla rispetto a quello interiore, all’umiliazione di un’identità negata. Si impara a controllare la vergogna come espressione falsata delle proprie emozioni. È allora che si determina un controllo superiore, un primario controllo sulla materia-corpo che si è imparato ad annullare in stato di trance a non sentire più come limite. Allora ci si può permettere di dissanguarsi per dichiarare il dominio sui geni e sul DNA.
In questo le performance di FranKo B sono state una dichiarazione di libertà espressa sotto forma di assoluto autolesionismo. Una totale “alienazione cosciente” nell’atto dell’esibizione, una dichiarazione di potenza associata ad una muta condanna. Ed ora l’assoluzione.
Nel nuovo spazio espositivo di Via dei Mille grande è la sorpresa di scoprire i nuovi lavori in nero di FranKo B. Il nero è un colore che l’artista ama e che dissocia da ogni significato critico che non sia un’immediata restituzione visiva. I soggetti sono vari: una farfalla, simbolo del mutamento e dell’avvenuta realizzazione, un giovane nudo in stato di estrema quiete collocato nell’allestimento vicino a due giovani omosessuali che stanno per essere impiccati. Immagine tratta da una foto di cronaca. E poi la sala con la scultura del suo corpo nudo ricoperto di bianco, come si presentava durante le performance, e questa guarda diverse immagini metafisiche delle sue ferite. Strano che un’opera così cruda, nella sua essenza contemplativa assuma una valenza di serenità interiore. Questo stato d’animo si tramuta in forza e luce nelle linee semplici che definiscono un concetto di base, la casa, ovvio per chiunque, filosofo o semantico, artista o cittadino del mondo. FranKo B ne restituisce una semplificazione ingenua delineata con neon montati sulla parete, al centro un cuore. La semplificazione del concetto è quella dei bambini, e con essa comunica un sentimento universale, quello dell’amore e dell’appartenenza. E alla domanda “per cosa vorresti essere ricordato quindi?”, l’artista risponde: “Per la capacità di comunicare, per l’onestà…”.
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"Quando le condizioni oggettive sono lontane anni luce dallo specchio della propria
interiorità, l’imperativo è quello di resistere e sopportare, il dolore fisico è nulla rispetto a quello interiore, all’umiliazione di un’identità negata. Si impara a controllare la vergogna come espressione falsata delle proprie emozioni". Ma annatevelo a piglià in der...!!!