Nato come costruzione di difesa e di controllo e, successivamente, passato a luogo di detenzione durante la prima e la seconda guerra mondiale, il Forte di Gavi, da poco ristrutturato, diventa per la prima volta sede espositiva. Per una collettiva che si ispira proprio al tema per cui il luogo è stato costruito.
La parola greca polemos, traducibile con termini come battaglia, lotta e guerra, accomuna i lavori di artisti molto differenti tra loro, uniti nell’esprimere la personale conflittualità verso l’esterno, il rapporto/scontro con il mondo e con il passato, il perenne dissidio del singolo verso la propria storia. Oltre, naturalmente, a drammi privati e problematiche quotidiane. Attraverso una molteplicità espressiva e linguistica, le opere proposte legano singoli frammenti di relazioni conflittuali tra l’individuo e il mondo ad una dimensione quasi cosmica di accettazione dei propri limiti e ad un tentativo di rinascita esistenziale.
Per alcuni artisti il conflitto è prima di tutto il riferimento alla concretezza della storia: è la guerra. E qui troviamo la fotografia: la serie Beirut di Gabriele Basilico accanto a quella sull’Afghanistan di Brian McKee; la video animazione di William Kentridge, che rilegge in modo intimo e poetico la tragicità della Prima Guerra Mondiale, insieme a Christian Boltanski, che rievoca il dramma dell’olocausto attraverso l’accumulo di vestiti usati.
Il richiamo autobiografico o al proprio contesto culturale, percepito come minaccia alla propria identità, è la base dell’intero percorso artistico di Shirin Neshat e Mona Hatoum, che si richiamano ad un’identità femminile costantemente soffocata, a cui antepongono un bisogno di libertà fisica e mentale che sentono negata.
In un’ottica esistenzialistica e intimistica, si muovono invece Miroslaw Balka, con i suoi oggetti in ferro ossidato, resti di vita quotidiana studiati a dimensione del corpo dell’artista; Roland Deval, con profili di geografie verosimili ricreate attraverso rocchetti di fil di ferro e feltro intagliato; e Flavio Favelli, che rievoca in sculture di mobili e oggetti assemblati insieme la precarietà e la non univocità dell’individuo.
Tutto ciò che è altro dall’uomo, perché al di fuori del suo controllo, diventa motivo di scontro, ma anche possibilità, se non di superamento, almeno di riflessione, di presa di coscienza forse, prima dei propri limiti e, successivamente, di quelli imposti dall’esterno. Su questa linea troviamo l’installazione di Giovanni Anselmi, in bilico tra la dimensione umana e l’infinità del cosmo; le sculture di Wolfgang Laib, pseudo-casette in marmo appoggiate su una manciata di riso; e i delicatissimi interventi di Christiane Löhr, un tentativo di unione tra elementi naturali ed animali e forme geometriche determinate dall’uomo. Ma anche il video di Miguel Ángel Rios esprime la stessa conflittualità, quella insita nei sentimenti. Perché anche l’amore è retto da un meccanismo dialettico.
ilaria porotto
mostra visitata il 16 luglio 2006
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