Un primo piano sul volto immobile, pietrificato, dell’artista. La videocamera è come bloccata, mentre i violini della colonna sonora, dispiegano poche note nel registro sovracuto. Tutto sembra come congelato. In effetti, scopriamo che la sagoma inquadrata è fatta di ghiaccio.
L’unico movimento è dato dall’avanzare di una macchia nera: si estende progressivamente -un processo rallentato dal freddo forse- sul volto dell’artista, fino a invadere la totalità dello spazio inquadrato, mentre la figura umana si discioglie, fondendosi con quest’ombra che tutto divora.
Ritroviamo, così, in Say Hello then Wave Goodbye elementi caratteristici degli altri lavori di Anneè Olofsson, come il freddo -al quale l’artista cerca di resistere in Cold (1999)- il nero abisso, voragine verso cui si affaccia in Demons (1999), e il fondo oscuro di Ricochet (2001).
Il video sembra poi una sublimazione simbolica del tema di Skinned (2002): la bramosia dell’uomo –e della figura paterna specialmente- di esercitare la propria autorità e il proprio controllo sulla donna fino ad annullarne l’identità. Il senso di fissità richiama alla memoria proprio la figura femminile di quel lavoro fotografico, bloccata da due mani affioranti dall’interno del suo corpo.
Ma nel suo estinguersi la protagonista di Say Hello then Wave Goodbye suggerisce anche presenze dal vago aspetto organico; è come se percorresse a ritroso il processo di sviluppo della vita umana fino allo stadio embrionale rivivendo, al contempo, l’intera storia evolutiva. Per risalire alle forme elementari della vita e ancora oltre, a un livello di esistenza inorganica, come quella degli atomi e delle stelle evocati dai corpuscoli di ghiaccio rilucenti fra le tenebre.
La portata ontologica e la valenza quasi mistica, presenti negli altri lavori della Olofsson come “nucleo silenzioso” e “seme inquieto” (Szylak), emergono questa volta in primo piano.
Sottoposti ad un’attenta lettura -che non si lasci ingannare dalla loro apparente semplicità- i video e le fotografie di Anneè Olofsson rivelano la fragilità dell’esistenza umana, il nostro essere in balia di una forza che tutto travolge e tutto rende impermanente.
Un senso di fragilità è comunicato metaforicamente anche da una preziosa collana realizzata per quest’esposizione (50 copie) -dove il vetro di Murano è chiamato a comporre la scritta “Will you still love me tomorrow”, espressione del bisogno profondamente umano di relazionarsi a un “altro” che, certo, diviene limite della nostra soggettività, ma mentre ci “argina” ci sorregge anche, preservandoci dalla dissoluzione.
Forse è questo il tema fondamentale dei lavori di Anneè Olofsson: l’ambigua natura della relazione, contemplata come abbraccio opprimente ma anche come presenza rassicurante, il desiderio del soggetto di affrancarsi da ogni vincolo relazionale. Una sorta di cupio dissolvi, come estrema emancipazione ed, insieme, come timore di fronte all’estinzione definitiva.
luca vona
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