L’installazione di Bruno Locci, presentataci dalla galleria 41 artecontemporanea, nasce quale composizione costituita da 506 macchine fotografiche del tipo “usa e getta” sulle quali sono dipinti, ad olio, dei paesaggi in movimento. Bruno Locci, che lavora e risiede a Savona, è un artista pressoché completo: si è dedicato assiduamente alla sperimentazione fotografica per occuparsi inoltre di produzione video, pittura ed installazioni.
Grazie ad un breve ma gradito colloquio, l’immagine che si delinea è quella di un uomo disincantato, irruente e geniale, dal fare diretto ed incisivo. L’istallazione dal titolo Usa e getta, oltre ad interpretare in modo piuttosto evidente i principi alla base della società moderna (consumismo, omologazione, serialità di prodotti e stili, omogeneità fittizia di intenti e bisogni), rappresenta una chiara ed ironica provocazione, quasi una sorta di svendita dell’immagine dell’autore stesso. Tutto di quest’opera rimanda a ripetitività e consumo: le macchine fotografiche in precedenza utilizzate, ormai gusci vuoti di plastica tutti simili, sono state recuperate prima di essere distrutte; il colore impiegato per dipingere i paesaggi, invece, risulta un avanzo generato dalla produzione di altri lavori.
Al di là dei citati presupposti, vi è comunque un altro aspetto da non sottovalutare: la creazione del Locci, infatti, non è soltanto un’installazione fine a se stessa, è una vera e propria performance. Essendo possibile per il visitatore acquistare le macchine fotografiche che la costituiscono, lo spettatore diviene parte integrante ed attiva dell’opera stessa. Il collezionista che stacca una parte della composizione e l’acquista, asseconda concretamente l’intento dell’autore di inscenare la ben nota propensione al consumo – in campo artistico ma non solo. L’istallazione del Locci si può definire un’opera d’arte che svende se stessa; un prodotto che, però, non è un oggetto – un assembramento armonico di componenti, bensì una vera e propria dimensione spaziale e temporale all’interno della quale il visitatore può e dovrebbe agire. L’opera si evolve e si assesta trasformandosi: diventa un meccanismo che ingloba tutto, contesto e persone, catturando lo spettatore e rendendolo attore. Da un punto di vista trasversale, il lavoro del Locci ci offre la possibilità di ironizzare e riflettere anche sulla sacralità delle opere d’arte, consuetamente intoccabili ed irraggiungibili.
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