La Fondazione Ragghianti anticipa di qualche mese la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, che dedicherà una ricca mostra a Gianni Berengo Gardin. Il fotografo ligure, oggi poco più che sessantenne, ha ben accolto la proposta di una personale nel complesso di San Micheletto. Questa è la sua prima volta a Lucca. E non è un caso. Si tratta piuttosto di un destino che forse avrebbe dovuto compiersi qualche anno fa. Le strade di Berengo Gardin e Carlo Ludovico Ragghianti si sono incrociate per la prima volta quando il critico lucchese decise di dedicare un intero numero della rivista seleArte agli artisti contemporanei italiani.
La sua analisi si spinse oltre le tradizionali forme d’espressione riconosciute fino a quel momento. Oltre alla pittura e alla scultura Ragghianti affrontò il tema della fotografia, riconoscendole un ruolo autonomo. Per sostenere la sua critica citò come esempio uno scatto realizzato da Berengo Gardin. Un paesaggio che godeva di vita propria, inedito e per niente scontato. Quel paesaggio che Vittorio Fagone oggi definisce umanizzato.
Berengo Gardin non è mai banale. Non fa uso di filtri e di procedimenti chimici deformanti in fase di sviluppo e stampa. Le sue fotografie sono apparentemente semplici, prive di qualunque artificio. La loro forza espressiva deriva invece dalla composizione severa, dall’attenta presenza di corpi liberi, dalle prospettive scomposte e ricostruite come se linee e vie di fuga fossero piccoli mattoncini a incastro. In 61 fotografie, scattate per lo più nel 1965, Berengo Gardin racconta la Toscana a modo suo. Ma con fedeltà e senza mai peccare di presunzione. Per gli infiniti spunti offerti dal territorio il tema potrebbe risultare fin troppo facile: l’architettura urbana, le chiese rinascimentali, la campagna. Berengo Gardin attribuisce all’immagine nuovi significati andando alla ricerca di prospettive originali e riordinando lo spazio senza creare scompiglio.
Le sue composizioni naturali assecondano l’andamento della terra e i gesti dei contadini, mentre le sue visioni ci restituiscono l’altra faccia della verità. Siano sufficienti come esempi Il Palio (1966), San Martino (1965) e l’ambigua visione prospettica di Firenze (1965) che offre di sé un’immagine velata dal manto di luce tanto caro al fotografo ligure. L’elemento naturale non si disperde mai. Soprattutto nei ritratti di braccianti, contadini e cacciatori. Gente di Toscana, appunto. Tanto lontana dalla gloria del Rinascimento quanto dal movimento rivoluzionario che di lì a poco avrebbe capovolto società e costumi. Evocazioni stuzzicate dagli scatti di Pitigliano (1965), San Gemignano (1965) e Lucca (1965), dove la vendita di frutta esposta sul malandato carretto in legno di piazza Anfiteatro riassume la quotidiana semplicità di una Toscana che oggi fatica a sopravvivere. Anche nei ricordi. E alla fine c’è del percorso espositivo c’è spazio per cogliere lontani richiami a Henri Cartier-Bresson, che insieme a Man Ray è maestro indiscusso della nuova arte. E Berengo Gardin questo lo sa bene.
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