Per chi avesse voglia di tuffarsi in universi psichici in cui la memoria e l’inconscio trasfigurano ogni oggetto, l’occasione è in questa mostra personale di Stefano Calvia (Torino, 1977). Cresciuto in una famiglia di musicisti, dipinge dall’età di tredici anni esprimendo nel linguaggio dell’astrazione l’abisso caotico delle proprie emozioni. Più tardi si avvicina al figurativo, analizza quasi ossessivamente le proprie fattezze in primi piani e mezzi busti in cui il colore esprime una potenza viscerale.
Da ogni sua opera traspare un’esperienza estratta dalle profondità d
L’armonia cromatica è notevole, soprattutto nelle tele che mostrano personaggi futuribili come robot dall’aria molto umana. In quest’ultimo ciclo di tele Calvia si rifà all’universo metropolitano inserendo ritagli di giornale, pubblicità, scritte e segni che vengono reinventati secondo nuove valenze.
Lo stile si fa apparentemente casuale e sporco. C’è un’ultima serie di lavori: rielaborazioni al computer dei propri disegni, in un gioco di modificazioni grafiche e cromatiche, che creano immagini nuove su cui l’artista interviene ancora su tela. Il linguaggio qui si distacca progressivamente dalla deformazione emotiva per diventare nuova immagine o nuova icona. Per descrivere, con uno stile originale e contaminato, il volto sfaccettato del contemporaneo.
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il sito di Stefano Calvia
veronica caciolli
mostra visitata il 22 novembre 2004
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