Il nuovo Museo Nazionale Alinari della Fotografia si è avvalso, per la scelta delle opere e la loro esposizione, di un gruppo di esperti -che hanno curato anche i testi in catalogo- e dei suggerimenti di Giuseppe Tornatore per l’allestimento. E, nonostante lo spazio sembri ancora poco per contenere 160 anni di storia della fotografia, la chiarezza didattica e le scelte iconografiche riescono ad incuriosire e suggerire possibili percorsi di lettura. Secondo il motto: “la fotografia non è solo immagine, ma soprattutto immaginazione”.
Le sette sezioni sono storiche e tematiche, si segue l’evoluzione della fotografia dal punto di vista tecnico: dai negativi su carta (i calotipi) alle lastre di vetro fino alle pellicole, dagli ingombranti dagherrotipi alle fotocamere dei cellulari. Ma il percorso ribadisce soprattutto come la fotografia ci abbia cambiato e influenzato: gli album fotografici nati come oggetti preziosi, le cartoline, la pubblicità, le cornici decorate, e poi gioielli, scatole e tazzine, in un’incursione sociolale -e sociologica- di grande effetto. La mostra inaugurale si ricollega idealmente alla storia della Alinari, celebrata anche dall’esposizione a Palazzo Strozzi del 2003, sviluppando il tema della veduta, particolarmente cara alla storia degli Alinari, che a questo tema ha sempre dedicato campagne approfondite ed enciclopediche.
Le prime foto erano commercializzate dagli atelier con sede nelle città d’arte, mete del Gran Tour: Roma, Firenze e Venezia. La presenza di foto
Non mancano esempi delle avanguardie: è esposta la famosa foto Io+gatto di Wanda Wulz, manifesto di fotografia futurista, e scatti decò di Carlo Mollino. La conclusione è affidata alla nature morte industriali di Mario Gabinio e Ferdinando Pasta e alle periferie solitarie in bilico tra struggimento e neorealismo di Alberto Lattuada, epilogo di questa, ma prologo per tante mostre che il calendario 2007 promette.
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silvia bonacini
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