Nel gennaio 1839, a Parigi, viene presentato ufficialmente il dagherrotipo. La lastra di rame argentato proposta da Jacques-Louis Mandé Daguerre dà finalmente una svolta agli innumerevoli esperimenti che, in giro per l’Europa, si prefiggevano di fissare in maniera definitiva l’immagine prodotta dalla luce nella camera oscura. La notizia dell’invenzione fa presto il giro del mondo. Anche se l’abilità e la spesa che il procedimento richiede preoccupa non poco, il dagherrotipo riscuote subito un
I primi dagherrotipi rappresentano per lo più vedute paesaggistiche e monumenti architettonici: i tempi di esposizione sono ancora troppo lunghi per fissare sulla lastra persone. Nello stesso anno si utilizza, per la prima volta, il dagherrotipo per stampare incisioni e acquetinte, attuando così una vera e propria rivoluzione: l’immagine non è più soltanto fissata in maniera definitiva, ma può essere anche riprodotta.
Famosi e affascinanti sono i racconti dei primi viaggi di reportage narrati in tutti i manuali: su commissione di Lerebours, archeologi e non, si avventuravano ovunque con tutta l’apparecchiatura necessaria. L’Egitto, la Grecia e mille altri luoghi furono fissati su lastra ed esibiti alla popolazione. Il giro del mondo era ormai alla portata di tutti.
Quando ci si trova di fronte a un dagherrotipo non si può fare a meno di osservarlo attentamente, studiarne i dettagli, cercare punti di vista differenti. Questo specchio dotato di memoria, come amò definirlo Beaumont Newhall, ha infatti in sé la compresenza di due caratteristiche quasi ossimoriche: un intenso nitore dei dettagli e un’indefinita spazialità dovuta alla superficie specchiata della lastra.
La mostra, dedicata ai primi anni della fotografia in Italia propone un percorso
L’allestimento permette un’osservazione attenta, curiosa, e presenta ogni lastra con il suo bizzarro astuccio o con la sua cornice originale, in modo da avvicinare lo spettatore al mondo che sta scrutando attraverso l’immagine.
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simone simonetti
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