Un nome che è quasi un destino: Costantino, nome imperiale che esprime una sintesi artistica di classicità e modernità. Sembra di ripercorrere gli inizi del IV sec. d.C. in cui l’arte del tardo Impero Romano mostrava elementi e rilievi classici in dissolvenza e quell’armonico equilibrio tra le parti e il tutto apriva la strada a un linguaggio formale più aspro, simbolico, spesso lontano da qualsiasi intenzione realistica come nel “gruppo di porfido dei Tetrarchi”.
Costantino Nivola sembra portare nel suo dna l’imprinting di un’arte lontana, ma terreno di cultura per la nostra civiltà. Cittadino del mondo, al contempo fortemente legato alla sua terra, la Sardegna e toscano di adozione nella fase conclusiva della vita, ha attraversato il XX secolo da protagonista. Dalla tragedia, con la promulgazioni delle leggi razziali del ’39 che lo portò esule in America, alle fortune di un’attività
Firenze gli dedica oggi un’ampia retrospettiva esaustiva delle molteplici fasi del suo lavoro così vario, tuttavia sempre immagine di estrema continuità espressiva come ricorda Carlo Pirovano nel testo in catalogo.
A New York Costantino Nivola conobbe Calder, Pollock, De Kooning e strinse amicizia con Le Corbusier con il quale collaborò in opere achitettoniche. L’architettura agiva come elemento stimolatore e di sintesi fra il pensiero socio-morale del primo e quello intimo e fortemente personalizzante dell’artista. Non fu un adattarsi ma un esprimere le sue tematiche con quel linguaggio formale e sempre estremamente raffinato che troviamo sia nelle opere decorative di grande respiro sia nelle sculture. In cemento prima, in marmo di Carrara poi, in quelle più intime di terracotta, in legno e bronzo. Nel 1953 realizza, per la sede newyorkese della Olivetti un lungo rilievo decorativo in cui motivi prettamente cubisti si alternano e si interscambiano con figurazioni che molto sanno di arcaico e paleocristiano. A Forte Belvedere sono esposte la maquette preparatoria e frammenti di studio o varianti della decorazione definitiva.
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