Fin dalla prima occhiata alle opere di Miguel Rasero (nato a Doña Mencía), si ha una chiara idea dei temi fondamentali nella sua produzione artistica.
Nella prima sala ecco un quadro di grandi dimensioni, senza titolo: che rappresenta un funambolo in equilibrio su una corda, con in testa delle assi di legno, realizzata con tecnica mista su legno.
Ci sono già tutti gli elementi necessari a comprendere la qualità di questo artista: l’uso del legno, (la “madera” in spagnolo) sia come base su cui dipingere, che come soggetto da rappresentare e come materiale per realizzare le sculture e i plastici, denota uno slancio fortemente materico ed è da sempre uno dei capisaldi di questa produzione artistica.
L’altro elemento costantemente presente è la figura del funambolo o del saltimbanco, che si trova, in altri due quadri e in un trittico, appeso a delle funi, nell’atto di spiccare il volo, o sospeso su di esse, quasi una proiezione dell’artista o un’identificazione dell’uomo contemporaneo in questo ruolo giocoso e periglioso: una sorta di ritratto dell’artista come saltimbanco sulla quale Jean Starobinski ha a lungo dissertato nel saggio omonimo e che si può ritrovare in tanti altri artisti del passato e contemporanei.
Su tutto svetta sovrana una continua ricerca di forme in equilibrio, benché estremamente precario, e sempre sul punto di franare clamorosamente; negli ultimi anni alle forme disegnate si affiancano quelle scolpite, che raffigurano sempre assi di legno in equilibrio, e i plastici realizzati con legno riciclato.
Secondo la biografia ufficiale l’artista (quasi quarantenne), trapiantatosi a Barcellona, avrebbe iniziato la sua produzione praticamente poco più che bambino, infatti la sua prima personale è datata 1975. Dopo la prima fase in cui il tema ricorrente era quello della natura morta, negli anni ottanta è stato fortemente influenzato dalla tendenza materica estremamente diffusa tra i grandi dell’epoca ed ha utilizzato molto la tecnica del collage fino ad arrivare poi negli anni novanta all’uso dei tondi, del colore rosso pompeiano, e all’eliminazione totale delle figure umane. Nell’ultimo periodo la sua ricerca è più spostata apparentemente verso l’elemento grafico, con la rappresentazione quasi ossessiva di reti che si snodano sulla base lignea e sembrano voler venire fuori dal quadro, si materializzano, a realizzare la quadratura del cerchio di un discorso artistico mai abbandonato.
ilaria oliva
mostra visitata il 13 maggio 2004
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