Categorie: toscana

fino al 16.I.2008 | Giorgio Ciam | Prato, Enrico Fornello

di - 19 Novembre 2007
Non potendo vivere se non al di qua o al di là della vita, l’uomo è esposto a due tentazioni. La banalità o la santità. Sotto-specie d’uomo o superuomo. Dimenticato o incensato. A causa della visione che lo ha reso noto -quel punto di vista sulla vita che lo ha manifestato agli altri- non conserva mai se stesso. In nessuno dei due opposti. Così, se l’uomo non soffre per la paura di essere meno-di-ciò-che-è, la prospettiva di essere di più lo terrorizza. Votato all’instabilità, a quel bilico tra rincrescimento e serenità, ne teme l’esito. Come potrebbe accettare di perdere ogni controllo in quel buio di perfezione che è la santità della comprensione? In fondo, tanto la quotidiana corsa verso il niente quanto la santificazione iconica della propria immagine significa lasciarsi trascinare fuori di sé. Quindi, nuovamente essere senza equilibrio di fronte alla vertigine della perdita.
Questo prologo serve per dare il giusto abbrivio alla rassegna di fotografia ProgettoSettanta – Arte e fotografia dalla ricerca anni ’70 in Italia, che fino a gennaio rimarrà incentrata sul pensiero e la poetica di Giorgio Ciam (Pont-Saint-Martin, Aosta, 1941 – Torino, 1996). Il fotografo ritorna negli spazi della galleria dopo il periodo di silenzio che ha seguito la sua scomparsa.
La mano, l’occhio e la visione del fotografo valdostano tornano -né sminuiti né santificati- grazie alla realizzazione di un progetto-idea, rimasto finora solo sulla carta. Alle pareti campeggiano gli schizzi dell’installazione mai messa in opera da Ciam, Dentro il sogno 1969-1995. I disegni hanno rappresentato il solo punto di riferimento per l’incastro di ben tredici montanti metallici, reggenti ciascuno sei pannelli, sui quali a loro volta è montata una fotografia, per un totale di 78 pezzi. Immagini, ritratti disposti come fasce in movimento. Fantasmagorie. Ciam avrebbe voluto che i suoi lavori fossero disposti come una platea. Un pubblico di occhi davanti al solo uomo in grado di averli visionati e mantenuti sognando (l’artista stesso rappresentato in un pannello antistante l’anfiteatro). La metafora del sogno e del teatro onirico, quindi, non nascono a caso.
L’intera installazione sostiene, proprio come una cornice, un collage di 78 lavori scattati fra il 1969 e il 1995. Alcune serie richiamano le proprie immagini, quasi riconoscendosi l’una con l’altra. Neanche fossero pesci dello stesso banco catturati dalla medesima rete. Ancora attuali e di profonda introspezione psicologica sono le immagini veloci dei visi di Guardarsi, per poi arrivare alla scorrevolezza dei colori acidati degli Autoritratti. Nonostante l’estrema pulizia delle foto “sperimentali”, la loro storicità nitida e la potenza allegorica di alcune immagini autobiografiche, si respira un’aria obliqua, azzurrina.

Si consiglia al visitatore di riservarsi una buona porzione di tempo da dedicare interamente ai cinque, ultimissimi ritratti che Ciam realizzò a qualche mese dalla morte. Cinque lavori che sembrano impressi, stampati sulla parete destra, quel muro bianco che prosegue e accompagna l’entrata. Un segno né banale né, ancora una volta, santificatore, di un semplice artista.

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mostra visitata il 27 ottobre 2007


dal 27 ottobre 2007 al 16 gennaio 2008
Giorgio Ciam – Dentro il sogno 1969-1995
Galleria EnricoFornello
Via Paolini, 27 – 59100 Prato
Orario: da martedì a sabato ore 11-13 e 15-20
Ingresso libero
Info: tel. +39 0574462719; fax +39 0574471869; info@enricofornello.it; www.enricofornello.it

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  • vorremmo proprio sapere se il sig fornello nella sua vita prima d'ora conosceva l'esistenza di giorgio ciam?
    giorgio ciam non avrebbe mai accettato di esporre in quella galleria. ciam era un puro. non un figlio di papà come questo inutile gallerista.

  • La mostra da Fornello è una bella mostra, bilanciata, esaustiva, allestita bene.
    Per quello che riguarda Ciam, lascerei in pace i morti, visto che effettivamente, non possono dire la loro...per quello che mi riguarda, sono stata ben felice di conoscere il lavoro di questo fotografo (che ammetto, per ignoranza) non conoscevo.In quanto al figlio di papà suvvia signori, la battuta ha avuto il suo corso, è quasi "anziana" come il padre di Fornello...!Non capisco il risentimento là dove si tenta di fare un buon lavoro e più in generale non capisco il risentimento..perchè se errare è umano...perseverare è diabolico...w l'arte, lavoriamo e vogliamoci più bene, amen

  • Come se tutti gli altri galleristi fossero colti, informati, bene inseriti e figli di operai.

    Non conoscevo Ciam, ma se dici che era un puro può significare solo poche cose:

    - era un figlio di papà e non aveva bisogno di vendere.
    - faceva un altro lavoro che gli consumava il cervello e la voglia di fare.
    - Viveva di aria e si nutriva della sua purezza.

    Chi fa certi discorsi non c'è mai stato dentro, e non capisce cosa vuol dire vivere del proprio lavoro, e nonostante tutto cercare di non fare marchette e non ripetersi all'infinito una volta diventato riconoscibile.

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