Realizzati con carboncino sfumato, grattato, cancellato, rimarcato. Sono i personaggi di Joyce Pensato, icone dell’immaginario dei fumetti, dei cartoni animati e della grafica pubblicitaria. L’artista americana attinge i soggetti dalla Pop Art, alimentandoli di gesto grafico, immediato, segnico. È quasi la nevrotica pennellata di de Kooning, la dirompente libertà dell’atto motorio. Ma Pensato non si abbandona alla lacerazione della condizione umana, alle contraddizioni legate all’essere-nel-mondo. L’artista lascia che siano Paperino o un Gatto Silvestro ad incarnare il senso di insoddisfazione. Latente, ma vivissimo. Per questo motivo non ci sono contorni lisci, puliti, nitidi. Confusione e indecisione della forma, chiarezza del contenuto. Il suo intervento necessita della povertà della parete bianca, della ruvidità del foglio. Il nero si fa unico portatore di un’idea espressa con veloce rapidità, su carte e cartoni, ma anche direttamente sul muro della galleria. Non utilizza supporti materici dalla presenza ingombrante, né, tanto meno, i bordi (limitanti e limitati) della cornice trovano qui possibilità di azione.
La sua pittura è un work in progress, che sembra non trovare mai la parola fine. L’artista, durante i cinque giorni che hanno preceduto l’inaugurazione, ha continuato a disegnare e ad usare i suoi carboncini. Ha annullato alcune parti, ne ha rafforzato altre.
Al piano inferiore della galleria la varietà tonale dei disegni di Nina Bovasso, Shaun O’ Delle e Barthélémy Toguo, confrontata con il mono-cromatismo di queste opere, colpiscono l’occhio.
O’ Delle crea piccole montagne costitute da molecole di forme e colori diversi l’uno dall’altro. Il loro accumularsi si ordina in una superficie raffinata, tra la più statica razionalità e il caso.
Bovasso si abbandona alla sua femminile arguzia, al gusto del bello, al piacere del decoro ad ogni costo: leziose composizioni dal compiacimento sottile, del tutto consapevole.
La ricerca di Toguo si avvicina, invece, alla semplicità materica di Pensato. L’artista incentra il suo operare su guache e disegni realizzati a penna a sfera. Ma sempre e solo carta, consumata e riciclata o bianca e nuova. Compaiono personaggi e figure, uomini o animali. L’azzurro sfuma in un chiaro celeste, il verde foresta in leggero pastello dai toni indefiniti, il bordeaux più cupo in tenue rosato. Reminiscenze, pensieri, ricordi. La fantasia si confonde alla ragione, come impulsi provenienti dall’inconscio alla più consolidata realtà. Le sgocciolature fuoriescono dai bordi della pagina, a sottolineare quanto la contaminazione con la parete, la ruvidità del muro, sia inevitabile. Solo così la leggenda di Toguo può proseguire nel suo svolgersi.
marta casati
mostra visitata il 2 aprile 2004
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