Andrea Aquilanti (Roma, 1960) prende lo spazio in cui opera e lo seleziona, lo ritaglia, lo divide tra media diversi che se lo spartiscono senza traumi. Prende lo spazio e lo sposta, lo dirotta, lo declina in versioni differenti. Prende lo spazio e lo fa scorrere e vivere, oppure lo immobilizza in attimi eterni. Prende i visitatori di quello spazio e li trasforma alcuni in protagonisti e altri in spettatori.
L’esposizione a Spaziorazamataz vive del rapporto con i locali attigui dell’enoteca, che il visitatore deve per forza attraversare per arrivare in quelli dove ha sede la mostra. Nel primo, al piano terra, due proiettori ripropongono in tempo reale quello che sta accadendo in due zone dell’enoteca, il bancone della prima sala e uno dei tavoli della seconda, proiettando le immagini su due tele su cui Aquilanti ha disegnato a matita le scenografie delle riprese, che combaciano perfettamente con gli ambienti dei video. Unica differenza, ovviamente, sono le persone che agiscono e vivono quei luoghi, che si muovono con leggerezza sui disegni, sovrapponendosi a essi. Se tra video e disegno regna sovrana l’armonia, non si può dire lo stesso dell’esperienza di chi guarda, divisa tra la vicinanza, sia spaziale che temporale, con gli avvenimenti che vede proiettati e il nuovo punto di vista che si crea a contatto con l’opera: non più presenza attiva tra le presenze altrui, il visitatore diventa piuttosto un osservatore ormai del tutto staccato dalla scena, che può soltanto contemplare. Potendo solo immaginare, una volta rientrato nel consesso dei viventi, la propria immagine proiettata sulla tela.
Salendo le scale si accede al secondo ambiente della mostra, in cui sono esposte quattro opere ottenute da scene tratte dai video: si tratta infatti di foto fotocopiate e trasferite su plexiglas su cui poi Aquilanti è intervenuto con acrilico e china, coperte infine con altri due plexiglas. Dopo la leggerezza e l’impalpabilità dello scorrere delle immagini sulle tele, l’atmosfera qui cambia completamente. È come se salendo le scale si entrasse in un’altra dimensione. Delle migliaia di attimi che passano ogni giorno sulle tele del piano di sotto ne sono stati scelti alcuni, diventati poi definitivi, emblematici, necessari. Le immagini qui sono ferme, intense, profonde, non più modificabili. Affondano sotto i due strati di plexiglas per poi affiorare come inanimate: il ragazzo dietro il bancone piega la testa, non ne vediamo i lineamenti, cancellati anche dalle luci che attraggono lo sguardo respingendo tutto il resto in secondo piano. La donna sola seduta al tavolo è controluce, una macchia scura davanti alla vetrata. Mentre le ultime due opere hanno come unici protagonisti distese di bicchieri e bottiglie di vino.
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