Il progetto è interessante e imponente e mette in mostra diverse interpretazioni dell’oggetto Uniforme, interpretato come simbolo di fenomeni culturali, sociali e politici sempre tra loro opposti ma alla fine convergenti per forma e contenuti. Per questo il sottotitolo Ordine e Disordine appare perfettamente appropriato: esso indica le molteplici duplici valenze che l’abito standardizzato, che ha nell’uniforme militare il suo antenato, può assumere. In un allestimento – percorso a tappe e per temi che, però possono essere fruiti contemporaneamente, grazie alla pluralità di visuali sviluppate a diversi livelli, la divisa viene interpretata, infatti, elemento di distinzione e contemporaneamente simbolo di appartenenza: appartenenza ad un gruppo per distinguersi da un altro. La divisa sottolinea visivamente e immediatamente una comunanza, caratterizza il singolo e, contemporaneamente, ne annulla la singolarità che viene fagocitata dal clan con cui l’individuo si identifica. E un clan, una banda, si dota sempre di regole proprie, precise e che non possono e non devono essere infrante, pena l’espulsione da un’élite umana. Le regole suddette nascono sempre per differenza rispetto ad altre comunemente accettate, rispetto ad un ordine sociale, politico e culturale “di massa”, e la contestazione passa, innanzitutto, attraverso il corpo, quindi attraverso l’abito. I punk, i metallari, gli yuppies, i figli dei fiori, hanno tutti creato una propria moda, un codice vestito che consentisse loro di distinguersi e di essere immediatamente identificati come “diversi”. E l’esercito non viene meno alle motivazioni che muovono queste minoranze: società militare e società civile divengono unità separate e spesso in lotta tra loro “ con le Guerre Napoleoniche e la nascita dello stato moderno, l’affermazione della classe borghese, ma nascita del nazionalismo”, come ipotizza Stefano Tronchi nel catalogo della mostra. Le regole della vita nell’esercito seguono una disciplina e delle regole sconosciute al cittadino comune, e l’uniforme ne fa parte perché è il primo segno di riconoscimento dei propri simili e dei “diversi”, i potenziali nemici. Ma le uniformi sono anche strumento dell’ordine sociale costituito proprio perché consentono di identificare i diversi, coloro che non rispettano le regole della convivenza civile: i carcerati, i matti, gli ebrei, sono categorie che la società ha sempre sentito il bisogno di identificare a partire dall’abito. Ordine e disordine appunto, all’interno e all’esterno della società civile, regole date e regole infrante, colori e forme per spaventare e per riconoscere, per identificare il bene ed il male soggettivo o collettivo. Da questa molteplicità di significati ha sempre attinto e continua ad attingere la moda che trasforma quest’inconscio istinto in abiti e oggetti apparentemente innocui.
Francesca Pagnoncelli
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avevo letto da qualche parte che ci sono opere di grandi artisti contemporanei come Beuys, McCarthy, Kelley, Beecroft,Serrano...dovrebbe esserci anche Tillmans, il fotografo tedesco vincitore dell'ultimo Turner Prize!
Volevo sapere se la redattrice è stata alla mosta o ha visto solo la notiza da qualche parte. Io volevo essenzialmente sapere quali artisti esponevano e non sentire le sue filosofie sulle uniformi !
L'articolo mi sembra scritto maluccio. ("duplici molteplici valenze.." e altre frasi intrecciate...)
un'altra osservazione: cosa viene esposto in questa mostra? vestiti, quadri, installazioni,foto? cosa?
i punti ogni tanto li mettiamo o vogliamo fare dei periodi paroliberi?
con i vostri interventi gli articoli mi paion piu completi!
Per tutti i ciritici: forse un elenco di nomi è un modo per parlare di una mostra, ma credo che le suggestioni e le riflessioni che questa può ispirare siano altrettanto importanti. E' chiaro che sono commenti soggettivi quelli che vi offro, ma il tentativo è di incuriosire il lettore più che offrire un elenco di nomi e di oggetti. Comunque alla mostra trovate: fotografie, abiti, video, oggettistica e documenti riguardanti la vita di caserma, presentati in bacheche!QUalche nome: sono esposti abiti di Armani, Calvin Klein, Pierre Cardin, Dolce & Gabbana, Fendi, ecc. e opere di Lina Bertucci, Andres Serrano, Hiroshi Sugimoto, Jeff Wall, Cady Noland, Paola Pivi, ecc.
Per quanto riguarda l'eccessiva lunghezza e/o meccanosità del mio scrivere ringrazio invece chi ne rivela il limite e mi consente di migliorare, forse, lo stile.Buona giornata a tutti
io ho visto questa mostra... credo che l'articolo sia all'altezza delle installazioni...
con riferimento ai commenti lascio giudicare avoi se vale o no la pena di andarci.