Nelle stanze della Villa Medicea di Cerreto Guidi sono stati radunati nove giovani artisti che hanno utilizzato un linguaggio contemporaneo per raccontare storie antiche. Le storie, e la storia, sono quelle della villa, costruita per ispirazione di Cosimo I sui resti di un’antica rocca dei conti Guidi. Qui la corte granducale si trasferiva per brevi soggiorni e proprio qui, nel 1576, morì Isabella de Medici, sorella di Cosimo e sposa –adultera- di Paolo Giordano Orsini.
La mostra, curata da Silvia Bottinelli, impegna le stanze e le immediate adiacenze dell’edificio con nove installazioni che, dichiarando la personale autonomia stilistica di ogni artista, sono impaginate in un tessuto critico omogeneo. Dal piazzale antistante la villa alla torretta che la sovrasta, il percorso tra i lavori si svolge come una sequenza di capitoli, nove racconti per voce sola, nove esercizi narrativi distinti e complementari, come in un testo di Borges o di Queneau.
Matteo Bertini propone un dialogo tra la struttura rinascimentale e il paesaggio toscano: una panchina trasparente in vetroresina, troppo alta per offrire una sosta. Una pausa discreta, una cesura che, senza essere invasiva, impone una riflessione sulla relazione tra due contesti, tra il paesaggio e l’architettura, tra interno ed esterno.
Nel vestibolo Vittorio Cavallini ha utilizzato lenzuola, coperte e materassi per erigere le pareti di una stanza. L’installazione è una lettera di scambio tra passato e presente: al tempo di Cosimo il popolo era obbligato a fornire la biancheria per la villa. Il materiale della struttura di Cavallini, invece, è stato donato dai Cerretani e, a mostra conclusa, andrà in beneficenza.
Silvia Galasso e Stefano Fiaschi si ispirano alla sventurata vicenda di Isabella. La Galasso contrappone la lievità emotiva e sentimentale della sua vita alla greve e metallica interruzione del delitto: un manichino dechirichiano oscilla con la sua imbottitura di piume –la donna, si sa, è mobile- davanti ai simboli del lutto e della tragedia. Fiaschi allestisce un omaggio alla permanenza della memoria. Un proiettore, che rimane acceso per un numero di secondi pari all’età di Isabella al momento dell’assassinio, commenta i richiami alla vita, alla femminilità, alla morte.
Ancora a Isabella e ai suoi amori è dedicato il lavoro di Nicola Cioni. Nella composizione fotografica la semantica del linguaggio del corpo si frammenta sullo sfondo del paesaggio che è il vero veicolo della comunicazione.
Federico Biancalani e Riccardo Brotini analizzano il rapporto tra l’uomo e la natura; il primo riporta, con un’illusione ottica, il bosco dentro le mura della villa, il secondo amplifica la vibrazione dell’ambiente con una struttura che oscilla riverberando una nota mandalica.
Dall’estremo limes del giardino, inserendo un obolo, si può osservare con un cannocchiale la Venere delle armi di Enrico Vezzi, posta in cima alla torretta. La dea che sorge da un cumulo di armi giocattolo ribalta l’iconografia storica e l’amore, infine, trionfa sulla guerra (l’incasso del cannocchiale è destinato ad Emergency).
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