“Exegi monumentum aere perennius”…
Forse è proprio questa la suggestione che spinge alcuni artisti, a cavallo tra i secoli XVI e XVII, a cimentarsi con la pittura su pietra: affidare la propria opera ad un supporto che non conosca la caducità dei materiali tradizionali, legno, tela, intonaco.
In realtà, come appare evidente con il passare del tempo, anche questa prospettiva si rivela illusoria, con l’accentuarsi di certe commessure del materiale e la conseguente caduta della superficie pittorica.
Ma, sicuramente, una grande incidenza nella scelta di dipingere su materiale lapideo è dovuta al fascino della commistione tra arte e natura, tra l’artificio della prima e l’ancestrale immanenza della seconda.
Siamo in un secolo in cui prende piede il gusto per la bizzarria sensu stricto, con la sperimentazione di espressioni artistiche nuove e la ricerca di rarità che deliziassero i committenti, quasi sempre principi o signori, e le loro cerchie.
A questo “genere minore” della produzione pittorica si accostano artisti del calibro di Jacques Stella e Filippo Napoletano e ancora Stefano della Bella, l’Orbetto (al secolo Alessandro Turchi), Cornelius van Poelemburgh, tutti presenti nell’esposizione “Bizzarrie di pietre dipinte”, e interessa un’area che comprende, oltre all’Italia, dove si sviluppa soprattutto alla corte dei Medici e a Roma, la Francia e i Paesi Bassi.
La mostra, allestita presso il Museo dell’Opificio delle Pietre Dure, a cura di Cristina Acidini Luchinat e Marco Chiarini, raccoglie pezzi provenienti da collezioni pubbliche e private, tutti di estremo interesse e di sorprendente effetto estetico.
In tutte le opere esposte è fondamentale il diverso rapporto che gli artisti hanno con le pietre, a seconda che si tratti di superfici monocromatiche o attraversate da differenti campiture di colore. La pietra fornisce sempre al pittore lo sfondo che lo obbliga, o piuttosto lo guida, verso determinate composizioni. La pietra paesina, per esempio, molto utilizzata da Filippo Napoletano, suggerisce spesso paesaggi marini dove le onde e il fluire delle correnti, più o meno agitate, sono ben riconoscibili, con realistico vigore, nell’accavallarsi delle striature. La stessa pietra suggerisce anche scene di desolazione rupestre, come nell’emozionante Tentazioni di Sant’Antonio; in questo piccolo capolavoro l’intervento dell’artista è ridotto al minimo, tutto il dramma spirituale del santo echeggia nella malinconia del paesaggio dai toni danteschi.
La pietra di paragone o la lavagna, invece, sono sfondi ideali per la rappresentazione di notturni come nell’Incendio di una città, sempre di mano del Napoletano, che raggiunge, in quest’opera, effetti di sconcertante modernità. Altrove l’alabastro disegna naturalmente il fondale intriso di divino che è necessario ad una Resurrezione o ad un’Adorazione dei pastori.
Pietro Gaglianò
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Ricordiamo, per favore, anche l'analoga, bellissima mostra "Pietra Dpinta" a Palazzo Reale di Milano!
ringrazio Gab per avere ricordato quanto da me tralasciato. Le due mostre, a Firenze e a Milano, sono state inaugurate quasi contemporaneamente; è interessante (e bello!) che da due istituzioni diverse, con presupposti differenti, nasca la volontà di riscoprire e offrire al pubblico un genere artistico troppo a lungo trascurato.Come si dice in questi casi: ad maiora.
Purtroppo non ho avuto modo di assistere alla mostra e quindi non posso formulare giudizi a riguardo.
Posso però esprimere la mia grande stima nelle capacità dell'autore dell'articolo.