Categorie: toscana

fino al 2.V.2005 | Elisa Sighicelli / Anya Gallaccio / Sergio Prego | Siena, Palazzo delle Papesse

di - 11 Marzo 2005

Nel tentativo di voler leggere la fotografia come un testo, il messaggio che restituisce Elisa Sighicelli è quello di una realtà quotidiana scarna, fatta di luoghi minimali, di ambienti essenziali caratterizzati da arredamento anonimo: sedie, tavoli, letti. L’interesse dell’artista si concentra sul rapporto alterato di questi oggetti con il fruitore, ma soprattutto con lo spazio, letteralmente invaso dal loro sovradimensionamento. Questo effetto, tutto manuale (ottenuto da meditati e particolari posizionamenti, angolazioni, distanze e vicinanze dell’obbiettivo della macchina fotografica al soggetto) provoca una sorta di rovesciamento dimensionale al centro del quale il fruitore si ritrova improvvisamente più piccolo.
Iceland:Twin Beds, Iceland:Armchairs, Iceland:Table, Horizontal Blank, rappresentano l’immagine di una domesticità priva di calore, sporadicamente vissuta, dove la monumentalità dell’oggetto-soggetto sottintende un’assenza, quella dell’uomo. L’interesse di Sighicelli nei confronti della luce è uno degli aspetti più interessanti del suo lavoro (e in Italia –su questo preciso aspetto- non è difficile individuare una scuola, very Nineties, che raggruppi anche Luisa Lambri, Alessandra Tesi…); è la luce infatti a caratterizzare due momenti molto importanti per la costruzione dei pannelli fotografici. Le opere sono ottenute in condizioni di luce naturale e senza l’ausilio di set. Pochissimi dei lavori presentati in mostra propongono interni illuminati da fonti di luce artificiale: per esempio Paris Mirror, Foyer, o Near to Nothing, dove il riflesso provocato dal fuoco del mozzicone di una candela, crea sul tavolo scuro in primo piano, un evanescente quadrato lattiginoso.
L’effetto luminoso serve a Sighicelli anche nel video Baudelaire: quello che appare come uno strano cielo stellato si rivela improvvisamente essere un lampadario sontuoso e cristallino sul quale riflette la luce in lontananza. Illusione della percezione.
Tra le opere presentate in mostra anche una serie di frammenti paesaggistici che l’artista estrapola da dipinti senesi del XV e XVI: Homage to Sano di Pietro, to Sassetta , to Beccafumi, to Genga ecc… Caduta di stile di stampo storico municipale, priva di continuità con il carattere e le tematiche congeniali alla ricerca della brava artista italiana.

Il secondo piano del palazzo accoglie The look of things, mostra personale di Anya Gallaccio, finalista del Turner Prize 2003. Per la mostra senese, Gallaccio costruisce un percorso allegorico e circolare. All’ingresso time is our choice of how to love and why (bone) un albero bronzeo, ai cui rami sono infilate come spiedini delle mele di ceramica grigiastra, racchiude in se la summa delle tematiche affrontate dall’artista.
Gallaccio da sempre lavora con elementi legati al mondo della natura, realizza installazioni dal significato sottile, spesso site specific. In quest’ottica è l’intervento concepito appositamente per il Palazzo, Days that cannot bringing you near: una serie infinita di zolle di terra locale razziate dai campi della Montagnola senese e disseminate su ampie zone del pavimento.
Più interessanti le due strane forme vitree Enormous e Solid caratterizzate da una strana lavorazione a buccia di arancia. In mostra anche lavori frutto di una passione per l’oreficeria, per l’ornamento che impreziosisce e medita sul risultato estetico dei soggetti. Ramoscelli di bronzo e argento, reti dorate che pendono dalle pareti, e le due serie bronzee di tuberi germoglianti e di leguminose aperte, dalle quali fuoriescono argentei baccelli. Curiosi soprattutto per il materiale di realizzazione i venti cilindri ottenuti dall’impasto di zucchero caramellato, sparsi nella stanza che somigliano a delle sedute anti-ergonomiche simili a carotaggi del terreno.


Nel Caveau il doppio neon fluorescente di Sergio Prego rappresenta il frammento, la testimonianza, l’oggetto a se stante, che rimane dopo il lavoro video del quale è il protagonista. Nel filmato si coglie il movimento dei due neon che si accostano e si allontanano fra loro: Prego fissa la sequenza di questi spostamenti rintracciandovi il movimento energetico che muove i corpi viventi. L’oggetto luminoso si anima come di forza propria proponendo movenze simili a quelle dell’uomo. L’individuo si ritrova alienato di fronte a una realtà meccanica che si autodefinisce senza più la necessità dell’agente antropologico. Di forte accento post-minimale questo intervento si ispira ad un opera di Bruce Nauman Manipulating a Florescent Tube, performance effettuata dall’artista nel 1965 e successivamente filmata nel 1968.

gaia pasi



scheda evento sergio prego
scheda evento anya gallaccio
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