Montauti (1918-1979) non ha mai negato il debito nei confronti dei maestri fiorentini del ‘400 – primo fra tutti Masaccio, di cui ammirava la “consapevolezza di esistere” – ed appare, quindi, appropriata la cornice di Palazzo Vecchio per questa esposizione che ripropone all’attenzione del pubblico una presenza di grande rilievo nel panorama artistico nazionale. A gennaio Montauti tornerà nella sua terra d’origine: la mostra attuale, arricchita di altre opere, sarà visitabile presso la Pinacoteca Civica di Teramo.
Guido Montauti ha portato ovunque dentro di sé la memoria del natio Abruzzo: nella sua pittura è sempre leggibile una trama densa in cui si intrecciano dati paesaggistici e antropologici. Eppure il legame che restituisce tutte le sue opere, anche quelle formalmente più distanti tra loro, alla loro comune vocazione creativa, opera su piani meno facilmente accessibili. È una traccia che percorre il lavoro di Montauti in modo sotterraneo e tenace; un’inclinazione dello spirito, un sentire ora ruvido, ora nostalgico e dolcissimo, che rende comprensibile, se non inevitabile, il passaggio dalle tele parigine degli anni ’50 alle sperimentazioni dell’ultimo periodo.
Come osserva acutamente Nerio Rosa nel saggio introduttivo, in Montauti è presente, sin dalle prime esperienze, la volontà di dotare il proprio lavoro di valenze espressive libere dai vincoli accademici. La ricerca materica e formale, diretta senza sosta in questa direzione, è supportata, già negli esordi marcatamente figurativi dei primi lavori, da notevole abilità tecnica e facilità di esecuzione.
Questa tendenza è chiaramente leggibile nelle opere del dopoguerra che rivelano l’interesse dell’artista per le avanguardie artistiche del primo ‘900. Qui come altrove, Montauti reinterpreta liberamente le diverse scuole, seguendo sempre il suggerimento della sua musa ctonia. A questo periodo, che vede l’artista attivo a Parigi, risale la potente Crocifissione la cui tragicità sembra disperdersi sullo sfondo di un cielo sempre notturno. Non sorprende che dopo il soggiorno parigino (1952-1956), che lo mette in contatto con una scena artistica attuale e stimolante, Montauti faccia ritorno a Teramo dove fonda il gruppo Il Pastore Bianco.
Dal ’70 in poi, Montauti sperimenta inedite combinazioni che anticipano le modalità espressive del Postmoderno: il colore incontra la forma e diventa, inevitabilmente, materia in una sequenza di inattese combinazioni.
pietro gaglianò
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