Categorie: toscana

fino al 2.VI.2002 | Guido Montauti | Firenze, Sala D’Arme

di - 30 Aprile 2002

Montauti (1918-1979) non ha mai negato il debito nei confronti dei maestri fiorentini del ‘400 – primo fra tutti Masaccio, di cui ammirava la “consapevolezza di esistere” – ed appare, quindi, appropriata la cornice di Palazzo Vecchio per questa esposizione che ripropone all’attenzione del pubblico una presenza di grande rilievo nel panorama artistico nazionale. A gennaio Montauti tornerà nella sua terra d’origine: la mostra attuale, arricchita di altre opere, sarà visitabile presso la Pinacoteca Civica di Teramo.
Guido Montauti ha portato ovunque dentro di sé la memoria del natio Abruzzo: nella sua pittura è sempre leggibile una trama densa in cui si intrecciano dati paesaggistici e antropologici. Eppure il legame che restituisce tutte le sue opere, anche quelle formalmente più distanti tra loro, alla loro comune vocazione creativa, opera su piani meno facilmente accessibili. È una traccia che percorre il lavoro di Montauti in modo sotterraneo e tenace; un’inclinazione dello spirito, un sentire ora ruvido, ora nostalgico e dolcissimo, che rende comprensibile, se non inevitabile, il passaggio dalle tele parigine degli anni ’50 alle sperimentazioni dell’ultimo periodo.
Come osserva acutamente Nerio Rosa nel saggio introduttivo, in Montauti è presente, sin dalle prime esperienze, la volontà di dotare il proprio lavoro di valenze espressive libere dai vincoli accademici. La ricerca materica e formale, diretta senza sosta in questa direzione, è supportata, già negli esordi marcatamente figurativi dei primi lavori, da notevole abilità tecnica e facilità di esecuzione.
Questa tendenza è chiaramente leggibile nelle opere del dopoguerra che rivelano l’interesse dell’artista per le avanguardie artistiche del primo ‘900. Qui come altrove, Montauti reinterpreta liberamente le diverse scuole, seguendo sempre il suggerimento della sua musa ctonia. A questo periodo, che vede l’artista attivo a Parigi, risale la potente Crocifissione la cui tragicità sembra disperdersi sullo sfondo di un cielo sempre notturno. Non sorprende che dopo il soggiorno parigino (1952-1956), che lo mette in contatto con una scena artistica attuale e stimolante, Montauti faccia ritorno a Teramo dove fonda il gruppo Il Pastore Bianco. Qui l’artista si addentra nell’esplorazione di uno spazio immaginario, le forme sono sintetizzate al massimo e la superficie della tela è scandita dai netti passaggi tonali del colore: paesaggi rupestri e scorci di vie in cui gli uomini sembrano partecipare della stessa struttura molecolare di rocce e arbusti.
Dal ’70 in poi, Montauti sperimenta inedite combinazioni che anticipano le modalità espressive del Postmoderno: il colore incontra la forma e diventa, inevitabilmente, materia in una sequenza di inattese combinazioni.

pietro gaglianò


Fino al 2.VI.2002
Guido Montauti
Firenze, Sala D’Arme di Palazzo Vecchio
Lun_dom 10-19
Ingresso gratuito
Info 055 2776406
Catalogo: ed. Vallecchi, con interventi critici di Paola Di Felice, Nerio Rosa, Bruno Corà; 18.00 Euro
Ufficio stampa: Cooperativa Servizi Culturali Sigma, 055 2340742.


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