“Fu Piero [..] studiosissimo dell’arte e si esercitò assai nella prospettiva et ebbe buonissima cognizione di Euclide” (Giorgio Vasari). L’assoluta padronanza della prospettiva, la capacità di costruire le figure nella luce e di fondere l’attenzione spaziale della pittura italiana con la cura per i dettagli di quella fiamminga, la volontà di rappresentare uomo e natura nella loro essenza geometrica sono in estrema sintesi le caratteristiche della straordinaria pittura di Piero della Francesca (Borgo San Sepolcro, 1412 ca. – 1492).
Il significato dell’esposizione però va oltre la semplice celebrazione di Piero della Francesca pittore. Il profilo che i curatori tratteggiano è quello di un raffinato intellettuale, pienamente calato nella vivace cultura umanistica delle corti protorinascimentali. Non un semplice artigiano, per quanto geniale, abile nell’uso di colori e pennelli, ma un pittore coltissimo che sapeva di geometria e di neoplatonismo –la mostra espone i manoscritti autografi di Piero del Trattato d’Abaco e del De Prospectiva pingendi– immerso nelle vicende culturali e politiche del proprio tempo. Il concilio tra Chiesa di Oriente e di Occidente tenutosi a Firenze nel 1439, la caduta di Bisanzio ad opera dei turchi nel 1453 sono temi che ricorrono sebbene in modo cifrato nell’opera di Piero come dimostrano studi recenti tra i quali l’interessantissimo volume di Silvia Ronchey. Viaggiò molto soggiornando nelle corti dell’Italia centro-settentrionale dove contribuì a diffondere la cultura prospettica nata in ambito fiorentino; “dal suo insegnamento [….] si diramarono le tendenze più importanti e più ricche di futuro della storia artistica nazionale” (Antonio Paolucci).
Il percorso espositivo si distende tra Rimini e Ferrara, Urbino e Rom
La ricerca di solidità e di un sicuro impianto prospettico che allontani le immagini dalla garbata eleganza del gotico cortese è il filo rosso che unisce molte delle opere in esposizione. La Madonna dell’umiltà di Filippo Lippi ha una struttura piramidale ancora masaccesca e un Bambino Gesù molto umano che si agita vivace tra le sue braccia; ancora incerto l’impianto prospettico della Madonna con Bambino attribuita a Fra’ Carnevale; nella bella Annunciazione di Vicino da Ferrara è singolare il contrasto tra la solida figura dell’Angelo e quella quasi incorporea della Madonna, avvolta in un manto troppo grande che la fa sembrare senza sostanza.
Tra le opere di Piero della Francesca in mostra imperdibili il Dittico dei Duchi di Urbino conservato agli Uffizi e la Madonna di Senigallia con quello straordinario fascio di luce e pulviscolo dorato che filtra dalla finestra. Si deve aspettare il Seicento olandese per ritrovare in pittura qualcosa di simile.
Al visitatore si suggerisce di completare l’itinerario pierfrancescano –è possibile farlo con l’acquisto di un unico biglietto- con il ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce nella Chiesa di San Francesco, l’affresco della Maddalena nel duomo cittadino e le visite a Sansepolcro e Monterchi dove si possono ammirare la Resurrezione, il Polittico della misericordia e la toccante Madonna del parto.
Le suggestioni della pittura di Piero della Francesca si diffondevano nelle corti dove soggiornava, ma nessuno fu come lui. La solenne geometria dei suoi personaggi, l’elegante maestosità per niente umana delle sue Madonne restano ineguagliate. Immobile silenzio, fissità senza tempo, una dimensione dell’immagine tutta intellettuale sono caratteristiche che lo allontanano da tutti i suoi contemporanei e lo rendono paragonabile solo ad un altro grande dell’arte Johannes Vermeer. Non a caso, come Piero, riscoperto solo dal Novecento metafisico.
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