Ibernauti è un neologismo ideato per attribuire un nome ai protagonisti dell’ultima invenzione di Andrea Marini. Sono tre forme di vita, cefalopodi mutanti, extraterrestri tentacolari, che fluttuano appena staccati dalla parete in una stanza quasi completamente buia. Sono viaggiatori, che provengono da lontananze siderali –o dal più vicino laboratorio scientifico- nauti, appunto, naviganti. E si spostano in una navicella immaginaria, che per conservarli ha ridotto al minimo le loro funzioni vitali, li ha ibernati.
Lampade wood illuminano la superficie scabrosa, impregnata di un liquido fosforescente, mentre risuona il basso continuo di una distorsione sonora composta con la rielaborazione di un mandala tibetano e il ticchettio ferroso di un macchinario in movimento.
Il repertorio della fantascienza c’è tutto, quello letterario, quello iconico e quello cinematografico; da Lovecraft a Ridley Scott, dall’Abisso di Maracot alle mostruose macchine di Matrix, senza trascurare le atmosfere indimenticabili di 2001 Odissea nello Spazio. Ma nelle intenzioni, e negli esiti, la citazione dell’immaginario fantascientifico è solo uno degli ingredienti, un elemento che rispetto all’operazione concettuale ha la dimensione di un contesto scenografico.
Patrizia Landi, nella presentazione della mostra, esordisce con una dichiarazione dell’artista che “ama definirsi ‘costruttore’”. Andrea Marini, infatti, con Ibernauti dà seguito ad un’inclinazione già manifestata altrove, un’attenzione per la forma -e le forme- che si connota di una certa vocazione demiurgica. L’artista è creatore di identità mutanti, transgeniche si potrebbe dire; operazioni che da un lato si allineano con l’instabilità del tempo corrente (quello delle nuove frontiere della scienza, dell’etica, di possibilità sempre meno remote sull’esistenza di altri mondi), e parallelamente rimandano alla figura ancestrale di un creatore, costruttore appunto, architetto dell’universo.
Le sculture –è necessario chiamarle così, perché alla base c’è una raffinata consapevolezza del senso plastico dell’opera- suscitano orrore o un sentimento di solidarietà, secondo quanto maturi nello spettatore la coscienza della prossimità tra il loro mondo e il nostro.
pietro gaglianò
mostra vista l’ 8 ottobre 2004
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