Pochi elementi le occorrono per mettere in scena le sue favole. Storie brevi, in cui il silenzio si addensa tra intercapedini di tessuti sonori, superfici d’immagini fluide, incursioni di rumori intimi, alieni.
Sospese in una bolla di cristallo, queste storie girano in loop su sé stesse, all’infinito, continuando a raccontarsi, a tessere l’incantesimo, a condurti là dove qualcosa -di fragile e imprecisato- sta accadendo. Come tra le pagine di un libro, nei fotogrammi sfumati dei sogni, o in certe memorie epidermiche, infantili, metereologiche.
Questo fa Sara Rossi (Milano, 1970), con la sua attitudine poetica all’evanescenza, sempre sulla soglia della concettualità, dell’idea un poco astratta. Lei racconta fiabe, costruisce piccoli teatri onirici dove non ci sono per forza segni da decifrare. E’ sufficiente abbandonarsi alla seduzione -occhi sgranati, orecchie puntate- seguendo tracce come su una distesa di neve.
Prima personale per la galleria, rigorosissima: due segni decisi per incidere lo spazio. Le pareti sono solcate -all’incirca ad altezza occhi- da un orizzonte continuo, costruito con un collage di vecchie cartoline di paesaggi.
Una striscia “cinematografica” di carta, piccoli frame montati uno accanto all’altro con un gesto essenziale che taglia in due l’ambiente. Si fa il giro della grande stanza, percorrendo la pianta irregolare: un girotondo panoramico che è come una cantilena bucolica. Scorrono tipici quadretti-ricordo con scenari verdeggianti, cime innevate, scorci di mare, colline. Ma dietro ognuna di queste vetrinette vintage -stereotipi turistici da collezione- si immagina la presenza di un segno privato, un passaggio, una memoria. E una miriade di microstorie nascoste cominciano a intrecciarsi nell’immaginazione, tutte in fila, nelle frasi-ricordo scritte a penna, nei vecchi francobolli, in quella parte posteriore della striscia che non puoi vedere ma che conserva le vibrazioni di chi -in qualche luogo e in qualche tempo- ha spedito le sue immagini-souvenir.
Ed è la musica a rendere vivi questi racconti, a ricostruire frammenti di atmosfere ormai archiviate, in un percorso sonoro che scandisce la passeggiata lungo il sentiero di postcard: si susseguono e accavallano rumori campionati di fiere, giostre, carrozze, suoni rubati alla natura; e poi, con uno stacco netto, arriva l’esplosione festosa, un rag time per archi e clarinetto composto dal musicista Umberto Pedraglio.
Nella project room l’atmosfera è raccolta, ancora più minimale.
Un video, X, è proiettato su una vecchia lavagna quadrata. Suggestivo il supporto –finestra cieca, specchio scuro o pozzo magico- su cui prende vita un’animazione di cifre e forme geometriche, “tracciate” con un gessetto bianco. E’ un gioco velocissimo di scrittura e (s)composizione, tra matematica e incantesimo: attraverso le infinite combinazioni possibili la somma dei quadrati magici, disposti per file orizzontali, verticali e diagonali, secondo uno schema di 4×4, genera sempre il numero 34. Simmetrie ed equivalenze costanti, per un racconto astratto che traccia le coordinate della natura pescandole da una formula segreta, scovata nel gabinetto dell’alchimista, tra le carte dello scienziato, sulla tavola numerica di Pitagora o nel castello di Mago Merlino.
helga marsala
mostra visitata il 12 maggio 2005
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Brava Betta.
Brava Sara.