Nient’altro resta. Attorno alle rovine / di quell’enorme relitto, le nude e sconfinate / sabbie deserte e piatte si stendono lontano. Martino Marangoni parafrasa i versi di Percy Bysshe Shelley traendone la traccia e il titolo per la sua mostra: Ozymandias.
Le fotografie esposte (50×60 e 40×50) scorrono sull
Ozymandias è una riflessione sul destino degli uomini e dei monumenti che questi elevano perché siano più duraturi del cielo. Fotografie in bianco e nero e a colori si riflettono le une nelle altre in un moto circolare che propone presente e passato come qualità puramente accidentali di una sorte che non esclude nessuno. L’apparente romanticismo del goethiano viaggiatore tra le rovine si trasforma in una consapevolezza lucida e irriverente che appartiene, per necessità, all’uomo del nostro tempo.
L’occhio dell’osservatore contemporaneo, infatti, trascura gli scorci monumentali e i
Marangoni astrae il momento storico al quale appartengono gli scenari delle fotografie e opera una sintesi, che è allo stesso tempo narrativa e concettuale, in cui reinventa la tradizione della rappresentazione del paesaggio. Come evidenzia Christian Caujoulle nel saggio in catalogo, Marangoni è un inventore di spazi, spazi fisici e luoghi del tempo che contengono la fluidità della percezione, ancora mobile tra il bianco e nero dei contrasti, viva grazie una memoria che va oltre la trascrizione del dato visivo.
pietro gaglianò
mostra vista il 30 gennaio 2004
I temi psicosociali sono il mio centro di attenzione: le relazioni, i bisogni, il “momento decisionale” sono elementi ricorrenti
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