Questa personale di Lorenzo Pizzanelli, (Firenze, 1969) -lo lascia intendere il titolo- coglie l’aspetto più significativo del lavoro dell’artista: una declinazione multiforme, decisamente ironica e sempre diversa del concetto di gioco.
Autore multimediale – dicitura che Pizzanelli predilige all’etichetta di artista – non smette di esplorare l’interattività. A partire dell’opera meno recente, Anna Bolena del 1997, installazione dove è la voce dello spettatore ad azionare all’interno del calco di una testa capovolto in cesta di vimini, un video di corde vocali e laringe. Intanto si diffondono le note dell’Anna Bolena di Gaetano Donizetti per 10-15 secondi. L’opera tace e rimane all’arbitrio dello spettatore decidere se reiterare l’evento o lasciarla tacere per sempre.
Moschea (2003) è un’installazione dove si è chiamati a schiacciare con palette delle mosche: lo sfondo è un architettura levantina, gli insetti hanno i volti di personaggi storici e d’attualità, denominatore comune è il potere, accentrato ed esercitato.
L’opera si presenta come installazione, ma si moltiplica nei quadretti che raffigurano singolarmente le 13 “mosche eccellenti” esposte in una serie di teche dal sapore quasi entomologico.
In Moschea la proliferazione dell’opera nella metamorfosi dei contesti si fa evidente. Pizzanelli intende il gioco in un accezione molto simile a quella di Gregory Bateson che vedeva nella capacità metalinguistica di intendere i segnali del tipo questo è un gioco la facoltà dell’uomo di dominare contesti e universi di significato differenti, dando un senso ai confini e padroneggiando le molteplici cornici che ci fronteggiano e ci circondano.
Così la Play Art di Pizzanelli è lavoro raffinato che non si lascia accostare a troppo semplici esperimenti di attivismo ludico che fanno dello spettatore uno “spett-autore”.
Il giocatore delle opere, qui, non assume un ruolo di co-creazione, ma si trova responsabilizzato, continuamente sottoposto alla scelta per proseguire la fruizione e ad un lavoro incessante di decifrazione dei contesti.
Iconoclast Game (www.iconoclastgame.it ) è in questo senso paradigmatico, opera non ancora conclusa, videogame che si gioca come tanti ma che lascia spaesati nei contenuti, impone un transfert con il protagonista Duchamp che è possibile solo a patto di una complessa rielaborazione storico-culturale, ma tuttavia si gioca e ci gioca. È un’opera di net-art, sarà un libro, un videogioco, un quadro, un’installazione. È un progetto che ha nella mutazione la sua forza centrifuga che polverizza o sicuramente problematizza, per le diverse maestranze che chiama in causa. Approssimandosi davvero a quella “bottega elettronica del III millennio” che voleva Paolo Rosa di Studio Azzurro.
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giovanna gioli
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