Essenziale come sempre, raffinata e formalmente perfetta, l’opera Raund il Ponte (2007) di Mimmo Roselli (Roma, 1952) ridefinisce la relazione tra il lavoro e la spazialità che lo contiene. Nella galleria il Ponte una triade di tiranti in corda di cotone scaturisce dalle pareti bianche e, come un vettore, indirizza lo sguardo ad una geometria che l’artista crea con indiscussa sensibilità architettonica. La scelta dei punti di “nascita” dei cavi risulta essenziale nella configurazione finale dell’opera-spazio. Nell’ambiente allungato che ospita la mostra si “…rivela una stretta relazione tra la direzionalità dello spazio e la energia visiva delle linee al suo interno” (Robert Morgan).
L’opera è leggera, richiama all’essenziale, ad una soppressione di qualsiasi elemento eccedente, ad una sensazione di silenzio. Torna alla mente Ersilia, una delle città invisibili di Italo Calvino dove i fili intessono le relazioni umane. Ogni filo porta in sé un’emozione, una paura, un piacere o un disagio. Tutti insieme vivono le suggestioni della comunità che li ha tesi. Ma gli abitanti non ci sono, tutto è silenzio, l’unica voce inudibile, ma osservabile, passa nelle nervature filiformi intessute. Inoltrarsi nell’opera è come seguire un metaforico percorso intimo che porta all’introspezione, ma, come filo di Arianna, conduce idealmente anche fuori. All’esterno della galleria, nel giardino e nelle stanze del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ulteriore sede della mostra. Qui nel giardino i cavi di Spazio praticabile richiamano “i tendini dell’organismo spazio” attraverso i quali transita l’energia vitale dell’osservatore, dell’artista e dell’anima del luogo.
Le corde uniscono alberi e prato sottostante, a volte attraversano i vialetti costringendo un adeguamento del percorso da parte del visitatore. Nelle sale interne del Museo il Filo sembra assurgere a decorazione in un intenso dialogo con le geometrie disegnate sugli antichi vasi. Ogni luogo ha una sua essenza percettiva dalla quale Roselli attinge ispirazione per tendere le sue ragnatele. Il risultato “…si manifesta quale visualizzazione di una tensione di collegamento tra entità topologiche apparentemente distanti o separate” (Bruno Corà).
Il luogo diviene uno stato psicologico in cui la tensione è desta e migra su queste “tracce” come su nervi scoperti dell’entità spaziale.
daniela cresti
mostra visitata il 25 maggio 2007
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